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Paolo Diop. Tutti i colori del nero

“Nell’idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l’essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l’essere della stessa idea è quel che oggi conta.” (Julius Evola, Orientamenti, Imperium, 1950.)

Classe 1987, marchigiano, operaio, arbitro di calcio per passione, deciso, sveglio, ironico, curioso e soprattutto nero. No, non mi riferisco al colore della pelle. Non solo. Paolo Diop è un ragazzo di colore che ha le idee chiarissime.

Arriva in Italia dal Senegal in giovanissima età, a due mesi.  Paolo non è un ragazzo che le manda a dire, non vive di politicamente corretto e detesta chiunque si atteggi a vittima pur di racimolare qualcosa.

Si ispira all’intellettuale ed attivista politico africano Kèmi Sèba, legge Julius Evola e Gabriele D’Annunzio, ricorda per alcuni versi Thomas Sankara, Mohammed Siad Barre e Kwame Nkrumah e di certo non nasconde la propria vicinanza al movimento identitario CasaPound. Picchiato da altri africani per le proprie idee, Paolo non ha la minima intenzione di rinnegare ciò che pensa.

Sembra essere insomma un paradosso ambulante. Sembra.

Ciao Paolo. Mi spieghi cosa spinge un ragazzo di colore a fare attivismo politico per un movimento come CasaPound? Ci sono incongruenze? Un ragazzo originario del Senegal con il fascismo? Molti potrebbero non capire.

«A mio modo di vedere, il fascismo va ristudiato. Al contrario di ciò che pensano molti italiani, il fascismo fu un periodo di grande crescita e grandi riforme. C’era una grande ideologia dietro, densa di riferimenti filosofici ed artistici. Non può essere liquidato tutto con xenofobia ed intolleranza. Qui si pone un problema di identità dei popoli ed uguaglianza sociale. Purtroppo in pochi approfondiscono e troppi si affidano ad una storia scritta dai vincitori. In pochissimi sanno che, durante la seconda guerra mondiale, molti africani, coscientemente e senza alcuna costrizione, lottarono affianco alle truppe italiane. Vorrei ricordare i “dubat” ossia gli “arditi neri” oppure gli “àscari”. Questi ultimi non erano altro che  combattenti arruolati nella marina italiana, esercito, polizia, carabinieri e guardia forestale. Uomini che diedero la vita per l’Italia. I sopravvissuti ancora in vita, prendono la pensione dall’Italia e rimpiangono anni di giustizia sociale e sviluppo portato dalla mano italiana. Guardate ad esempio Asmara. Sentite gli etiopi come parlano di quel periodo. Io per molti versi mi sento uno di loro. Un combattente per l’Italia e per l’Africa. Un àscaro 2.0!»

Allora parlami di ciò che senti. Quali ideologie ti spingono ad attivarti politicamente?

«Sono sempre stato tendenzialmente a destra. Una volta seguivo con grande interesse Gianfranco Fini. Fino al cosiddetto “tradimento”. Un tracollo politico che non mi aspettavo e che mi ha deluso fortemente. Crescendo mi sono avvicinato ad ambienti di destra non subendo ne discriminazioni ne atti di intolleranza o odio. Poi lo scorso maggio ho avuto modo di scommettermi politicamente alle comunali di Macerata, città dove vivo. CasaPound Macerata, in cui già militavo, si è stretta intorno a me. Devo ringraziarli. Mi sono stati vicini in ogni momento. Non mi hanno mai mancato di rispetto e ne messo su di un piedistallo. Sono stato trattato alla pari. Con estrema dignità.»

Piuttosto ho trovato intolleranza a sinistra. Per molti è inconcepibile che un ragazzo di colore abbia certe idee. E’ scomodo, è sconveniente. Ho avuto molti problemi a confrontarmi con persone con diversa ideologia. Si proprio loro; gli stessi della fratellanza mondiale, dell’accoglienza cronica, dell’antifascismo ottuso. Li si annida il razzismo più pericoloso.»

Apro il vocabolario moderno del pensiero omolgante, etnicida, antisociale e culturicida, trovo la parola  “integrazione” e di seguito tanti significati che non riesco a comprendere. Puoi aiutarmi a trovarne il reale significato?

«L’integrazione per me deve partire da chi è ospitato. Chi viene ospitato deve osservare le leggi e gli usi del paese in cui è approdato. Senza ciò non vi può essere integrazione. Ciò non implica la mortificazione dei propri usi e costumi. Integrazione vuol dire rispettare chi ospita senza svilire la propria cultura. A molti sembra impossibile. E’ solo questione di gratitudine e buonsenso.»

E’ facile parlare di concetti astratti. Cosa mi dici di Lampedusa? E’ la porta d’Europa ma è anche una finestra per il vecchio continente. Cosa scorgi da questa finestra?

«L’ immane tragedia di Lampedusa non è certo colpa dei cattivi bianchi europei come molti vogliono far credere. Bisogna guardare a quelle cricche affaristiche, spietate e corrotte, occidentali ma anche africane,  che dirigono i nostri Stati e ci fanno dimenticare che il paradiso si trova proprio sotto i nostri piedi, lo dobbiamo dire! È davvero ora di propagare un messaggio di dignità ed identità. Bisogna gridare che la terra è dei popoli e non delle lobby.

Bisogna far capire a queste persone che l’Italia non è la terra promessa. L’eden è proprio l’Africa, la nostra terra. Urge insomma riscoprire la nostra Africa e riappropriarci del nostro continente nero.

Siamo noi africani a doverci convincere di ciò, a smetterla con questo vittimismo e lottare affinché ogni popolo abbia pari dignità vivendo sulla e per la propria terra.

E’ un problema di èlite o pseudo èlite. Ci sono in Europa ma ci sono anche in Africa. In Occidente l’èlite è apolide, non prova alcun sentimento verso la propria terra d’origine. Questa cricca si rapporta con i “co-contrattanti dell’imperialismo” ossia gli africani che, forti della loro posizione di dominio politico-economico, in cambio di promesse e regalini, contrattano con chi, in occidente, vuole sfruttare le terre d’Africa solo per un proprio tornaconto.

Parlo del cosiddetto “dumping sociale” e cioè della pratica di alcune imprese (soprattutto multinazionali) di localizzare la propria attività in aree in cui possono beneficiare di disposizioni meno restrittive in materia di lavoro o in cui il costo del lavoro è inferiore.

A questo aggiungo una grande responsabilità dei popoli africani, spesso ingenui nello sperare che in Europa si trovi il paradiso, che abbandonare la propria cultura e la propria terra sia la cosa giusta.»

Cosa sogni allora?

«Un’Africa in mano agli africani, un’Europa in mano agli europei. Senza il dominio delle multinazionali, senza diaspore e sfruttamenti. Senza migrazioni di massa e quindi senza scontro sociali. Un mondo fatto di culture e storie diverse. Nessun mix insipido e tanti modi di vivere e pensare. Un mondo di nazioni in pace ma con identità diverse. E’ un sogno lontano…ma ci spero tanto…»

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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