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Palagonia, Marletta: “Rischiamo di diventare più esattori che amministratori”

“Il rischio è quello di diventare più esattori che amministratori”. A dichiararlo a L’Urlo, Valerio Marletta, sindaco di Palagonia. Con voce amareggiata, il sindaco fa un bilancio della sua attività amministrativa e di come il suo paese è cambiato in questi anni.

“Personalmente – ci spiega – penso che la situazione a Palagonia sia migliorata, anche se di poco. Abbiamo tentato in molti modi di dare l’esempio, soprattutto ai più piccoli, perchè rispettino il Bene Comune, ma manca proprio il concetto di Res Pubblica, di cosa pubblica. Così ci ritroviamo a dover sistemare, più che ad incrementare. In questi anni, abbiamo cercato di portare avanti quello che di cui avevamo parlato durante le elezioni, anche se è stato molto difficile. Siamo riusciti a riaprire tre palestre comunali ed indirizzare le spese per quello che ritenevamo più urgente, come le scuole”.

In questo momento, infatti, il paese sta subendo una profonda crisi a causa del dissesto. Prima dell’amministrazione Marletta le casse comunali erano profondamente in deficit ed il commissario inviato per relazionare la situazione economica ha portato alla luce un buco di bilancio di oltre 20 milioni di euro.

“Non mi piace dirlo – dichiara Marletta – ma i nostri sospetti erano fondati. Ciò che più ci preoccupa non è il dissesto, ma la difficoltà nel risanamento a causa degli ulteriori tagli previsti dal Governo. Inoltre, non possiamo neanche affidarci all’Unione Europea, perchè non escono i bando per i fondi comunitari. Continuando su questa strada, saremo in grado di fornire ai cittadini sempre meno servizi e noi diventeremo esattori, più che amministratori, perchè dobbiamo fare cassa”.

Cassa che, secondo il Ministero, dovrebbe essere rimpinguata dall’Imu agricola. “Ma questo è assolutamente impossibile – spiega il sindaco – a meno che non vogliamo distruggere i nostri contadini”. Su circa 16.000 abitanti, sono circa 3.000 quelli che lavorano la terra e pochissimi di loro sono grandi proprietari terrieri. “La terra è un bene strumentale, non patrimoniale. I nostri agrumicoltori possono anche avere l’oro sulle loro piante, ma l’enorme tassazione li porta a non poter sopravvivere. Rischiamo di veder rinascere il latifondo e di far morire i piccoli imprenditori”.

Ma in questa terra non ci lavorano soltanto i siciliani, ma numerosi migranti che, pian piano, sono entrati a far parte della vita di Palagonia. “La comunità più integrata in paese già da moltissimi anni– racconta Marletta – è quella dei magrebini. Non sono pochi quelli che vivono qua da anni e hanno anche avuto figli, che studiano e parlano benissimo l’italiano. Differente, per esempio, il rapporto con la comunità bulgara o rumena. Loro sono lavoratori stagionali, vedono l’Italia come un modo di inviare soldi a casa loro e spesso, purtroppo come ha testimoniato il documentario della Cgil (Terranera ndr), vengono sfruttati. Però, non cercano la perfetta integrazione con la città”.

Più forte l’impatto con il Cara di Mineo, a pochi chilometri da Palagonia. “Spesso si vedono questi ragazzi passeggiare in paese, senza sapere cosa fare, perchè non studiano e non lavorano. C’è un forte rischio, non solo di apatia, ma anche di emarginazione perchè sanno che staranno qui per (relativamente) poco. E’ necessario, da parte del Governo, creare un piano per la loro integrazione”.

Sul Cara di Mineo e sullo sfruttamento dei lavoratori della terra, però, vive ancora l’ombra della criminalità organizzata, così come aleggia sulle precedenti amministrazioni. Dall’inchiesta Iblis, infatti, era emerso che nel 2008 alcuni consiglieri comunali eletti erano l’espressione del voto mafioso. Difficile cancellare questa immagine, soprattutto dopo i tentativi di intimidazione “fortunatamente del tutto isolati”, come specifica il sindaco, sia al primo cittadino, sia al presidente del Consiglio Comunale (al primo fu fatto trovare un proiettile sul balcone, al secondo fu bruciata l’auto). “Anche in questo caso crediamo di aver fatto un buon lavoro, anche presentandoci come parte civile nel processo. Adesso bisogna guardare al futuro – conclude – non al passato”.

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