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Operazione Orfeo: spunta il cancelliere infedele della Procura

In mezzo a mafiosi del “gruppo di Picanello” una trama della Catania di una volta. E’ R.L. il cancelliere ritenuto infedele dalla Procura della Repubblica di Catania. L’ordinanza “Orfeo” contro il “gruppo di Picanello” del clan Santapaola-Ercolano, eseguita ieri dai carabinieri, rivela anche spaccati inquietanti dentro gli uffici della Procura di Catania.

Quali? Fra gli indagati dell’operazione antimafia ci sono anche A. V. e appunto R.L.: viene loro contestato, in concorso, la rivelazione di segreto d’ufficio e ingresso abusivo in un sistema informatico. A V. viene contestata l’aggravante di avere favorito l’associazione mafiosa. L’uomo è accusato “…perché, in concorso con L.R., nei cui confronti si è proceduto separatamente, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, induceva la stessa L., cancelliere in servizio presso l’Ufficio di Procura di Catania, in violazione dei doveri attinenti alle proprie funzioni, ad accedere illegittimamente al Re.Ge. sistema informatico in uso agli Uffici di Procura, per poi rivelare a terzi notizie segrete relative a procedimenti penali in fase di indagini preliminari.”

Inoltre, altra accusa: “…perché, in concorso con il pubblico ufficiale L.R., nei cui confronti si è proceduto separatamente, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con la condotta di cui al capo che precede (art. 326, rivelazioni segreto d’ufficio, ndr), induceva la stessa L., cancelliere in servizio presso l’Ufficio di Procura di Catania, ad introdursi abusivamente in un sistema informatico protetto da misure di sicurezza.”

Non solo, V. è accusato di favoreggiamento “…perché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con le condotte di cui ai capi f) e g) che precedono (violazioni di segreto d’ufficio e ingresso abusivo in un sistema informatico, ndr) aiutava Comis Giovanni (ritenuto capo del gruppo Santapaola a Picanello, ndr) e gli indagati di cui al capo a), nonché altri indagati appartenenti ad altri gruppi mafiosi, ad eludere le investigazioni avvisandoli dei procedimenti penali in corso e delle ordinanze cautelari in via di esecuzione.” Anche qui con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa.  Le contestazioni sono riferite al periodo da settembre a dicembre 2013.

Una brutta storia per due soggetti che comunque non hanno aderenze mafiose o precedenti penali, che ha conosciuto un momento importante quando la L. è stata d’urgenza trasferita ad altro incarico: in quella occasione, la donna, intuendo l’esistenza dell’indagine, ha fatto dichiarazioni (gennaio 2014) spontanee ai Pm della Dda di Catania. Fra i due ci sarebbe stata una relazione sentimentale, poi interrotta. Contro V. (a differenza della L.) la Procura aveva chiesto la misura cautelare, non accolta dal Gip del Tribunale di Catania Anna Maggiore.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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