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Omicidio Ilardo, riprende il processo in Corte d’assise

L’hanno ammazzato il giorno prima che diventasse formalmente collaboratore di giustizia, dopo tre anni da confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, tre anni durante i quali aveva fatto arrestare boss di prima grandezza nelle province di Messina, Catania e Caltanissetta. L’hanno ammazzato da «infame», Luigi Ilardo, l’uomo che avrebbe potuto fare arrestare undici anni prima Bernardo Provenzano a Mezzojuso, il 31 ottobre 1995, ma la cosiddetta trattativa Stato-mafia avrebbe mandato in fumo la cattura: quattro killer (due armi in mano, due in attesa sulle moto), nove colpi di pistola, sette dei quali a segno. Alle nove della sera, proprio sotto casa, all’incrocio fra via Quintino Sella e via Mario Sangiorgi, a Catania. Era il 10 maggio del 1996.

Quasi vent’anni dopo, alla sbarra dallo scorso luglio, davanti alla terza sezione della Corte d’Assise di Catania ci sono quattro mafiosi: Giuseppe Madonia (capo di Cosa Nostra nella provincia di Caltanissetta e cugino di Ilardo) e Vincenzo Santapaola (nipote di Nitto, storico capomafia etneo), accusati di essere i mandanti; Maurizio Zuccaro, cognato di Enzo Santapaola, organizzatore del delitto con Santo La Causa (attuale collaboratore di giustizia, già condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione col rito abbreviato) e uno dei presunti componenti del commando omicida, Benedetto Cocimano. Mancano all’appello altri due presunti esecutori, Piero Giuffrida e Maurizio Signorino, deceduti. Il pubblico ministero Pasquale Pacifico ha potuto ricostruire i dettagli dell’omicidio e il movente («per aver svolto l’attività di confidente della P.G.», specifica il capo d’imputazione) grazie all’apporto di otto collaboratori di giustizia di Catania, Caltanissetta e Palermo.

L’ordine di ammazzare Ilardo partì dal carcere, hanno raccontato i “pentiti”, lo diede Madonia, malgrado fosse ristretto al 41bis. Come Vincenzo Santapaola, che raccolse l’input del boss nisseno e lo comunicò al cognato Vincenzo Zuccaro, ancora a piede libero. Ilardo, secondo ciò che Madonia avrebbe fatto sapere ai catanesi, avrebbe assassinato l’avvocato Serafino Famà e perciò andava eliminato. Era una notizia falsa, che però si sommava al sospetto che il cugino del boss nisseno si fosse appropriato di 300 milioni di lire estorti alle acciaierie Megara. È la versione che danno quasi tutti i collaboratori, eccetto Giovanni Brusca, che era stato contattato dai catanesi affinché informasse Provenzano, per avere da lui il “via libera”, e Antonino Giuffrè, il quale ha raccontato ai magistrati di avere saputo proprio dal boss corleonese che Ilardo era un confidente dei carabinieri ed era stato eliminato per la sua «sbirritudine».

Il racconto di Brusca è interessante, perché di prima mano: «Quindici giorni prima dell’omicidio, Aurelio Quattroluni (reggente della famiglia mafiosa di Catania, ndr) mi venne a cercare a Cannatella, dove ero latitante, mi disse di avere ricevuto dal carcere l’ordine di uccidere Ilardo Luigi. L’ordine veniva dal gruppo Santapaola su indicazione del Madonia. Io, tramite bigliettino, mi misi in contatto con Bernardo Provenzano […] Nelle more di questo collegamento Ilardo fu ucciso. […] L’urgenza con la quale fu richiesta ed eseguita l’uccisione di Ilardo potrebbe convalidare il sospetto che la notizia dellaa sua imminente collaborazione sia trapelata. In verità io avevo chiesto del tempo per meglio approfondire le ragioni della decisione di Madonia di uccidere il cugino. Mi fu detto che però non si poteva ulteriormente tergiversare. Anche Provenzano, in un biglietto, che mi fu sequetrato (in occasione dell’arresto di brusca, ndr), mi invitava a meglio accertare le ragioni di questa decisione e tuttavia fu ribadito che era urgente eliminare l’Ilardo. Ciò convalida la presunzione che qualche “spiffero” ci sia stato».

Chi abbia fatto arrivare al boss Madonia la notizia che il cugino stava per passare ufficialmente dalla parte della giustizia, dopo tre anni trascorsi sostanzialmente da infiltrato in Cosa Nostra, resta un mistero. Otto giorni prima del delitto, il 2 maggio 1996, Ilardo aveva incontrato a Roma, nella sede del Ros dei Carabinieri, i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Gian Carlo Caselli e Giovanni Tinebra, e la pm Teresa Principato, presente anche il colonnello Riccio, per definire i dettagli della formalizzazione della collaborazione. Otto giorni dopo, il suo corpo crivellato di proiettili era riverso sull’asfalto, accanto alla propria automobile trovata dalla Polizia col cofano aperto. Non visto dai killer, un testimone oculare aveva assistito all’esecuzione, il mafioso Eugenio Sturiale, vicino di casa di Ilardo e sorvegliato speciale, obbligato a rincasare entro le 21, ora in cui i sicari entrarono in azione. Sturiale nel 2012 ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha confermato le parole degli altri collaboratori che avevano indicato i membri del commando. Se Brusca, grazie al coinvolgimento diretto, ha consentito ai magistrati di ricostruire con certezza il movente del delitto, Sturiale gli ha fornito la determinante testimonianza per inchiodare i killer.

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Redazione

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