GiudiziariaMafiaNews

Omicidio Fava, il “pentito” Maurizio Avola tira dentro il cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo

“…«Qualche tempo dopo l’omicidio andai a trovare a casa Mangion. Mi fece aspettare e mi presentò il cavaliere Carmelo Costanzo (morto nel 1990, ndr) ».

Cosa disse?

«Rivolto a Costanzo disse: “Cavaleri chistu è Maurizio”. Avevo appena 22 anni. Solo il fatto che i due avessero parlato di me in precedenza poteva spiegare il tenore di quella presentazione».

Lei era un uomo di Mangion in definitiva…

«Sì ma non avevo fatto nulla che giustificasse il fatto che parlasse di me a Costanzo, eccetto l’omicidio Fava».

Ne parlò con qualcuno?

«Ero preoccupato. Ma quando ne riferii a D’Agata lui mi disse di non preoccuparmi che Costanzo era più fidato dello stesso Mangion»…”

Queste le ultime rivelazioni sull’omicidio del giornalista e scrittore Pippo Fava dell’ex killer della mafia catanese Maurizio Avola, collaboratore di giustizia, in carcere perché sta scostando un cumulo di condanne patteggiate. Arrivano da “Repubblica” di oggi 4 gennaio 2015, il giorno prima del 31° anniversario dell’omicidio del giornalista, in un’intervista ai giornalisti Enrico Bellavia e Lorenzo Tondo.

Lo scenario descritto fa riferimento alla casa di Francesco Mangion, luogotentente di Santapaola; si cita anche il nome di Marcello D’Agata, capo di Avola nell’organizzazione mafiosa e assolto in appello per l’omicidio del giornalista.

Insomma, il delitto, per il quale sono stati condannati all’ergastolo in via definitiva il capomafia Benedetto Santapaola come mandante e il nipote Aldo Ercolano, come organizzatore (oltre allo stesso Avola, che ha patteggiato una condanna a sette anni), avrebbe avuto la sua matrice nel mondo dell’imprenditoria catanese, in particolare quella stagione legata ai cavalieri del lavoro, descritti da Fava, in una celeberrima inchiesta sul numero uno della rivista da lui fondata “I Siciliani”, come “i quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa”.

Un’ipotesi non nuova: lo stesso Avola, nel 1994, in occasione del suo “pentimento”, aveva fatto, sempre in relazione al delitto Fava, il nome di un altro imprenditore, Gaetano Graci (morto durante le indagini), cavaliere del lavoro come Costanzo. Su “I Siciliani”, la testata fondata dal giornalista, in edizione straordinaria e sul settimanale “Avvenimenti” fu riportata la notizia che fu oggetto di querela: entrambe le testate hanno vinto in tribunale.

Avola già in passato aveva evidenziato come l’uccisione dello scrittore di Palazzolo Acreide fosse legata al suo “parlare male dei Cavalieri del lavoro” coloro che “stavano bene con la famiglia Santapaola”.

Analoghe dichiarazioni erano arrivate da Italia Amato, divenuta collaboratrice di giustizia, che aveva avuto un figlio naturale (Francesco Pattarino, anche lui collaboratore e successivamente tragicamente deceduto) proprio da Francesco Mangion: “Nitto si adirava particolarmente quando leggeva gli articoli di Fava, anzi cercava gli articoli per verificare se parlava male di lui della mafia e dei Cavalieri”.

A distanza di trentuno anni dal delitto (le cui indagini hanno avuto un percorso travagliato e non privo di ombre su tentativi di depistaggio) e di oltre venti dalle sue prime dichiarazioni da collaboratore, quindi, Avola fa il nome di Carmelo Costanzo. Che è morto nel 1990. Mangion, invece, è deceduto, nel 2012.

Sempre nell’intervista apparsa oggi su “Repubblica” Avola risponde alla domanda se vi fossero altri giornalisti nel mirino:

“…«Con la stampa si andava d’amore e d’accordo e qualche “incomprensione” giornalistica da allora si risolse senza bisogno di minacce. Fava invece non era più controllabile. Il Giornale del Sud che dirigeva in precedenza era del cavaliere Gaetano Graci, ma I Siciliani erano del tutto indipendenti e schierati contro gli interessi di Costanzo e degli altri che controllavano appalti miliardari. Uccidendolo, Cosa nostra ha tutelato anche i propri interessi economici».

Cosa è cambiato da allora?

«L’omicidio Fava è servito allo scopo della mafia e dei Cavalieri. Il giornalista aveva messo in crisi un equilibrio che si è subito ristabilito. Andava bene così a tutti, anche ai giornalisti. Poi nel 1992, quando i corleonesi hanno imboccato la linea stragista anche la stella di Santapaola è tramontata. Lui diceva che con lo Stato non ci si doveva scontrare, ma camminare insieme. Così a maggio del 1993 i suoi uomini più fidati lo hanno di fatto consegnato alle forze dell’ordine, forse per salvargli la vita»”

Secondo Avola “il giornalista aveva messo in crisi un equilibrio che si è subito ristabilito”. Quale “equilibrio”? Per caso quello della “città coperta” cioè il “sistema Catania” che si conserva “producendo” la propria “maggioranza” e i propri “oppositori” (di sistema)? Se fosse così, il “caso Catania” e la denuncia del Presidente del Tribunale dei Minorenni Giambattista Scidà sull’unità, al di là di differenze di facciata, delle forze di comando in città, avrebbe l’ennesima conferma della sua verità.

Tags
Mostra di più

Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close

Adblock Identificato

Considera la possibilità di aiutarci disattivando il tuo Adblock. Grazie.