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Femmu non ni facemu canusciri

E niente, mentre sono seduto in un ristorante di Brixen (Bressanone per chi chiama da fuori Roma. Siamo tra i crucchi e bisogna darsi un tono da gente con le scuole alte), che sono tutti belli, biondi, alti, fisicati e gli unici con la panza siamo quelli nel mio tavolo, chiaramente riconoscibili come siciliani, mi è venuto di pensare ad una espressione che mi ha perseguitato durante i viaggi con i miei negli anni dell’infanzia:”Non ni facemu canusciri”.

Dovevi andare in bagno, che te la tenevi da Pizzo Calabro ed eri a Verona? Mutu, n’ama fari canusciri? Avevi fame che erano finiti i Ringo? Statti femmu, n’ama fari canusciri? C’era un n’ama fari canusciri per ogni tua attività possibile successiva alla sveglia, compresa l’evacuazione fisiologica. Con la leggera variazione, non più posta in forma di domanda ma di affermazione lapidaria, di tuo padre, il “Femmu, no ni facemu canusciri”, sovente seguito da una tumbulata.

Ora, a distanza di trent’anni, mi chiedo: ma che cazzo voleva dire non ni facemu canusciri? Che a Innsbruck ci conoscevano? E quando era successo? Avevamo parenti di cui mi era stata celata l’esistenza? Che per caso i nostri genitori partivano dal presupposto che qualunque comitiva catanese o semplice nucleo familiare residente tra il Torero e Calatabiano costituisse una potenziale associazione a delinquere dal cui manifestarsi bisognava precauzionalmente mettere in guardia?

Boh. Non l’ho capito ancora.

Immagine in evidenza tratta da ‘Bianco rosso e Verdone’ del 1981

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