fbpx
CinemaLifeStyle

Noi apprendisti schiavi che gioiamo anche senza paga

Giuseppe è un eterno apprendista che cerca di restare a galla nel mondo del lavoro. Quanto c’è che accomuna Giuseppe il personaggio a Giuseppe Paternò Di Raddusa?

«C’è molto, a partire dalla scelta del nome stesso (che comunque è stata una casualità). Giuseppe è un’anima candida, testimone delle brutture che lo circondano. Non sono nulla di ciò,ma come lui spesso mi trincero in una timidezza che ha dell’inaudito. Giuseppe viene umiliato e canzonato; non cova rancori, ma trova sempre il modo di rialzare il capo e continuare testardo per la sua strada. Io, invece, in quei casi pianto solo rogne».

E quanto invece la storia di Giuseppe e la sua “perdita” di dignità si può assimilare alla storia di tanti altri giovani?

«La crisi umana di Giuseppe è collettiva, ma si lega ai contesti grotteschi che incontra nel suo percorso. Si scontra con mostri e mostriciattoli. La sua, paradossalmente, è una condizione privilegiata rispetto a quella mia e dei miei coetanei, che incappano in mostri reali, i peggiori di tutti. In Italia c’è un problema culturale legato alla politica dello sfruttamento. L’elemento più significativo è che di questa forma di subordinazione noi “apprendisti schiavi” non abbiamo contezza, e impariamo a gioire anche quando veniamo assunti senza paga e senza la consapevolezza di meritare più diritti. È un dramma che ha preso le forme di una tensione lacerante. E con L’Apprendista Umano abbiamo provato a restituirne intensità e dolore, provando tuttavia a lavorare sulla componente satirica, fondamentale nelle intenzioni del progetto».

Perché scegliere la distribuzione gratuita della serie su Youtube?

«Quella della distribuzione è una questione spinosa e prioritaria. Abbiamo provato a muoverci anche in altre direzioni, ma Youtube è diventato un canale preferenziale, una sorta di portale riconoscibile da tutti. È aperto a chiunque, non impone vincoli precisi ed è facilmente accessibile. Crediamo che, trattandosi del nostro primo progetto, possa rappresentare la soluzione migliore».

Giuseppe Paternò Di Raddusa

Rispetto ad altri ruoli interpretati in passato che sfide hai trovato ne L’Apprendista Umano?

«Non ho una grandissima esperienza d’interprete, ma in passato mi sono spesso divertito a interpretare ruoli più o meno borderline. Qui, invece, si tratta di un ruolo ben più complesso, che ha richiesto una preparazione lunga e impegnativa. Interpretarlo è stato duro anche fisicamente: abbiamo girato per cinque settimane, nei weekend, al freddo, sotto la pioggia, in manicomi abbandonati. Ho dovuto inventare una camminata, studiare le sue possibili reazioni, inventarmi le sue nevrosi. Eppure adesso che non sono più lui, un po’ mi manca».

Cinebaloss ha in cantiere un altro progetto creativo?

«Per il momento aspettiamo l’uscita de L’Apprendista Umano. Dopo avremo tempo per pensare concretamente a nuovi progetti; posso anticipare, tuttavia, che stiamo lavorando a qualcosa, ma non posso anticipare nulla, perché altrimenti i miei “caporioni” si arrabbierebbero. Qualcosa però c’è, e vi stupirà».

Che difficoltà ma anche che pregi ci sono nel vostro modo di promuovere la cultura cinematografica?

«Il team di Cinebaloss è costituito da pochissime persone: oltre a me ci sono Paolo Casarolli, Mario Leclere, Lorenzo Giannotti e Luca Blini. C’è una difficoltà a livello numerico: organizzare e coordinare il lavoro per l’Apprendista è stato sfiancante. Trovare le comparse, i ruoli minori, prenotare le location… tutti i problemi che si trovano sui piccoli set senza grandi produzioni. Il mercato delle serie sul web è saturo, quindi bisogna avere bene in mente cosa si propone, e perché; con l’Apprendista, Cinebaloss si presenta al suo potenziale pubblico seguendo una linea precisa. Far circolare il progetto in rete non ha impedito al nostro regista (Paolo Casarolli) e al direttore della fotografia (Mario Leclere, che ha fatto un lavoro straordinario) di ispirarsi al cinema dello svedese Roy Andersson e di concentrarsi contestualmente sul retaggio della commedia più tradizionale».giuseppe 1

Quanto il lavoro come critico incide nel lavoro attoriale?

«Mi piacerebbe definirmi «critico», ma mi sento più un ex studente che scrive di cinema. A ogni modo provo a tenere le due cose separate e continuo a pensare che analizzare qualcosa con occhio critico non impedisca di mettersi in gioco a livello artistico. Mi rendo conto, però, che ho venticinque anni: chi mi offrirà più ruoli belli come quello di Giuseppe, quando ne avrò cinquanta? Mica faccio Bova, di cognome – né di pettorale. E sarebbe stupido rifiutare solo perché ogni tanto ho scritto male di un film o di un attore. È una barriera irrilevante, che limita i due aspetti e li rende convenzionali. È la stessa che si presenta quando un critico non dà il suo vero giudizio a un film solo perché ci ha lavorato un amico; poi apri i giornali e trovi lodi sperticate a chincaglieria di nessun valore, smerciata come fosse oro. Voglio dire, è il 2015, santa miseria. Dovremmo avere raggiunto quell’acutezza che ci permette di capire che un film è un film. Per adesso la penso così, magari tra dieci anni muterò idea. Chi lo sa».

Tags
Mostra di più

Redazione

Quotidiano on-line siciliano

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker