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Nessuna violenza al John Kennedy: la testimonianza di un infermiere

Adrano: dopo le dichiarazioni di un’ex operatrice del John Kennedy  è arrivata la testimonianza di un infermiere. L’operatore ha dichiarato che al centro adranita non è stata perpetrata alcuna violenza

Adrano (CT) – Dopo avere  intervistato Teresa Salis, un’ex operatrice della comunità terapeutica John Kennedy  (articolo Protesta contro Salvini e l’omertà sul caso John Kennedy) abbiamo sentito telefonicamente Salvo Anzalone infermiere che lavora nel centro per disabili.

L’infermiere adranita ha seccamente smentito ciò che era stato detto dalla signora Teresa Salis, ovvero il fatto che nel John Kennedy erano state perpetrate delle violenze ai danni di una disabile.

Secondo la versione di Anzalone, la Salis aveva avuto problemi con tutti e per via di questi comportamenti sapeva che non sarebbe rimasta per molto tempo nel centro. In altre parole, per l’infermiere adranita è strano il fatto che la Salis abbia visto episodi di violenza solo nell’ultimo periodo della sua permanenza al  John Kennedy e non nei precedenti 15 anni.

Diversa la versione della Salis, che aveva comunicato alla nostra redazione di essere stata licenziata non per motivi professionali, ma per ragioni legate alla sua militanza sindacale, osteggiata, a parer suo, dai vertici del centro.

Al di là delle questioni professionali, nello scorso articolo la Salis aveva detto che nel centro una ragazza era stata chiusa per 10 giorni in una stanza, a tal proposito abbiamo chiesto spiegazioni sull’episodio ad Anzalone il quale ha riferito che questa ragazza talvolta aveva momenti di crisi ma non era assolutamente un caso da TSO. Il nostro interlocutore ha specificato che la giovane quando aveva momenti di crisi non veniva segregata ma veniva piantonata: per intenderci la ragazza poteva uscire fuori dalla stanza, ma era controllata da due volontari.

Ci fu un episodio particolare, ha raccontato Anzalone: un giorno mentre tutti gli operatori erano nella mensa arrivò la polizia. Gli agenti trovarono la stanza della ragazza chiusa a chiave dall’esterno. Anzalone ha specificato che in quell’occasione nel reparto, che si trova nel piano superiore, c’era solo la signora Teresa Salis, mentre tutti gli altri operatori si trovavano nella mensa che si trova nel pianterreno.

Secondo la versione della Salis la ragazza era da trattamento sanitario obbligatorio, ma il centro non la trasferì per evitare di perdere un paziente e dunque un finanziamento.

A tal proposito abbiamo chiesto ad Anzalone se durante la sua permanenza al centro (che dura da 17 anni) ha mai assistito a casi di pazienti che sono stati trasferiti in altre strutture sanitarie per un trattamento sanitario obbligatorio. Il nostro interlocutore ha specificato che i trasferimenti ci sono stati, anzi è il centro stesso che li chiede per tutelare, fra le altre cose, l’incolumità degli impiegati talvolta vittime di aggressioni. “Siamo noi che facciamo le richieste di trasferimento, semmai è capitato che le stesse non siano state accettate, va detto inoltre che per i TSO è necessario anche l’intervento di altri enti, come ad esempio i comuni”.

Infine Anzalone ha comunicato alla nostra redazione che la Salis ancor oggi viene spesso all’ingresso della struttura del John Kennedy con un atteggiamento verbalmente aggressivo nei confronti degli ex colleghi.

Per dovere di informazione, è bene ricordare che sul caso John Kennedy c’è un processo in corso la cui prossima udienza si terrà il 12 aprile 2017.

 

 

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