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Le pescatrici delle Isole Eolie, la storia nascosta di un mestiere non solo al maschile

Il vento che soffia, i vestiti zuppi d’acqua. Sveglia prima dell’alba, le mani sui remi. Sorge il sole e si torna a terra: la cura della casa e dei figli aspetta le pescatrici delle Isole Eolie.

La prima volta che l’antropologa e fiabologa Macrina Marilena Maffei ha sentito parlare delle donne che pescavano è stato attraverso i racconti di Martino Dalla Chiesa, un pescatore di Lipari: «Io, quando ero sposato […] mi portavo mia mamma [a mare] per lavorare, ero solo». La sua narrazione mostra in tutta la loro essenza le donne di mare: forti, legate ai valori tradizionali ma al contempo già moderne in una realtà arcaica come quella isolana. Un segreto che gli abitanti dell’isola custodivano gelosamente, tant’è che la storia, oltrepassate le sponde dell’arcipelago, risulta quasi come una leggenda.
I pescatori sono sempre stati uomini? Ora sappiamo che la risposta è no.

“Una realtà cancellata”

«Quella delle pescatrici è una realtà cancellata dalla storia eoliana, dai racconti della comunità – sottolinea Maffei -. Le donne andavano a pesca con i propri mariti perché questi ultimi non potevano permettersi un marinaio. Le mogli affrontavano accanto ai propri consorti il mare anche in gravidanza».

La pesca del primo Novecento era molto elementare: il pescatore non si allontanava mai troppo dal proprio porto, d’altra parte conosceva tutti i luoghi dove trovare la cernia, il nasello, la triglia. Non aveva bisogno di avventurarsi in acque più insidiose. Sulle barche salivano quasi sempre quattro persone: «Le donne pure dovevano andare a pescare e c’erano pure gli uomini, ed eravamo due femmine e due uomini, eh! […]», riporta una testimonianza rilevata nelle ricerche etnografiche dalla studiosa.

«Non possiamo certamente parlare di parità nel lavoro poiché le donne dovevano comunque sottostare a ciò che diceva il marito che era capobarca e capofamiglia. A lei spettava occuparsi di tutto: dalla barca fino alla casa».

“Abbiamo passato una vita intera a pescare”

Nel suo libro “Donne di Mare”, l’antropologa raccoglie anche la testimonianza di una pescatrice. Cinque figli cresciuti tra le acque del Mar Tirreno, tutti portati in pancia sulla barca. Una volta nati, le donne costruivano con un sacco una culla dove poggiare il bambino durante la pesca: questa è “l’iniziazione” al mare” per gli isolani.

Gli equipaggi però non erano esclusivamente misti: gruppi di sole donne “andavano a totani” per aiutare la propria famiglia. Salivano sul “vuzzu” una barchetta a remi in direzione Stromboli. L’obiettivo era la sopravvivenza e marito e moglie ce la mettevano tutta dividendosi i ruoli; una raccoglieva capperi, l’altro zappava la terra. Una andava a pesca e l’altro piantava legumi. O viceversa. Anche i figli una volta cresciuti, aiutavano in barca: la pesca era una cosa di famiglia.

Il tentativo di riscatto per le pescatrici

Un lungo lavoro di ricerca ha fatto emergere queste figure e la memoria voleva dimenticare.

«Perché hanno cercato di dimenticarle?Il ricordo della povertà faceva soffrire, – ci spiega Macrina Marilena Maffei –  le donne protagoniste erano troppo deboli socialmente per ricordare il proprio ruolo. Gli studiosi del luogo se appartenevano ad un ceto più benestante non ne sapevano niente, non erano vicini a quella realtà e non gli interessava neanche sapere come vivevano i pescatori realmente. Anche l’immigrazione degli anni ’50 ha fatto la sua parte poiché molte donne hanno abbandonato le isole».

«Ma fortunatamente alcuni viaggiatori che sono arrivati nell’800 hanno notato questa particolarità e ne hanno scritto. La memoria con il passare del tempo si era persa. Il mio lavoro si è concentrato proprio nell’approfondire questo aspetto: dovevo spazzare via la polvere, restituire alle pescatrici delle Eolie la propria dignità», sottolinea la scrittrice, l’unica ad aver condotto degli studi in merito ed aver fatto emergere un patrimonio culturale che riguarda il femminile.

Proprio la studiosa ha scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per richiedere un riconoscimento per le donne e il Capo dello Stato ha dato l’onorificenza di cavalierato. Un piccolo riscatto per una memoria tanto vasta che ci mostra il vero volto delle donne siciliane: non solo conforto materno tra le mura di casa, ma soprattutto forza inarrestabile tra le impetuose onde del mare.

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