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Nel dolore, il dovere di testimoniare

“Esprimendo gratitudine verso chi ha salvato la vita al prossimo, al costo della propria, che da vittime si diventa testimoni d’una tragedia”. Lo ripete spesso Suzana Glavaš, figlia di ebrei croati sopravvissuti agli ustascia, i nazifascisti dello Stato Indipendente di Croazia. Correva l’anno 1941, tra il 6 e il 10 aprile, che la capitale del Regno di Serbi Croati e Sloveni, Belgrado, fu bombardata, e da lì a pochi giorni Zagabria occupata dalle truppe naziste. Sbattute fuori di casa, che – ironia della sorte – diverrà la sede del comando della Gestapo, la mamma Biserka Stibilj e la nonna di lei, Hermina Graf, trovarono rifugio nella fattoria dei coniugi Kata e Ðuro Oružec, clienti abituali, prima della promulgazioni delle Leggi Razziali in Croazia, dell’emporio di famiglia.

“Mia madre e mia bisnonna venivano nascoste in soffitta, in cantina, nei boschi, nell’abbeveratoio, nel porcile, in stalla sotto il fieno, nel forno in campagna. Mia nonna Betty Weinberger, nel frattempo, stava per lo più con i partigiani.”

La quotidianità era un continuo nascondersi, dunque: “una volta mia madre, all’epoca bambina di tre anni e mezzo, rimase nascosta dentro il forno per il pane tutto il giorno; per convincerla le fu detto che quello era un gioco a nascondino”. Sembra una scena del film La vita è bella se non fosse che fu tutto tristemente reale.

“Furono salvati per riconoscenza verso mia bisnonna e mia nonna, che gestivano l’emporio; e fu proprio mia bisnonna Hermina Graf in Weinberger, che in paese i contadini chiamavano madame, a vendere spesse volte loro la merce a credito” – prosegue la Glavaš. Un prezzo, però, l’hanno pagato gli Oružec… e caro: “due figli trucidati dagli ustascia travestiti da partigiani”.

“E noi figli dei sopravvissuti abbiamo ancora molto da dire”, afferma.

Ricordare, del resto, per gli ebrei è imperativo inciso nel Talmud e nella Torah: “Zakhòr” – ricorda!

“Il mio testimoniare è dolore e dovere – aggiunge – non voglio passare solo per vittima, preferisco pensare per chi, spinto per l’immenso amore per il prossimo, ha salvato mia madre, in fondo, ha dato anche la possibilità a me di nascere”.

Oggi, infatti, Suzana Glavaš è docente di lingua croata all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Si occupa di ricerca umanistica oltre ad essere critico letterario, traduttrice letteraria dal croato in italiano e viceversa, è curatrice di libri di letteratura italiana e croata e quelli sulla Shoah, poeta, membro dell’Associazione Traduttori Letterari Croati, collaboratrice all’Enciclopedia Croata, poeta con pubblicazioni in Croazia e in Italia. Grazie al suo lavoro sono molte le iniziative in memoria della Shoah organizzate nel corso dell’anno.

Viene spontaneo chiederle se qualcuno le ha mai rivolto un’offesa per le sue origini: “A Napoli un collega non mi ha più salutato appena saputo che ero ebrea; cambia marciapiede quando mi vede venire incontro. In Croazia, invece, mia madre ha trovato una svastica disegnata sul ponticello del cortile. Chissà, probabilmente nazionalisti a cui mio figlio, ancora bambino, aveva rivelato che fossimo ebrei”.

Va oltre questi episodi miseri la Glavaš.

“Gli Oružec (salvatori della madre e della bisnonna ndr) sono stati proclamati “Giusti fra le Nazioni”; tanto è l’orgoglio che traspare dalle sue parole.

Non a caso, in questi anni, s’è molto impegnata a raccontare le storie dei sopravvissuti, alcune delle quali sconosciute; il dramma d’un popolo, in fondo, è la sofferenza d’ogni singolo individuo che l’ha patita.

“I Giusti non erano eroi – dice – ma era gente con cuore da leone e amore per il prossimo”. In questi giorni, a Napoli, è andato in scena uno spettacolo teatrale sulla storia di Irena Sendler, “La terza madre del ghetto di Varsavia”, proprio su progetto della Glavaš, promosso dall’Assessorato alla Cultura della città partenopea. “La Sendler salvò la vita a 2500 bambini, tirandoli fuori dal Ghetto nelle maniere più impensabili e inimmaginabili, e a causa delle torture infittegli trascorse il resto della sua vita in carrozzina”.

“Per anni non aveva rivelato questa storia – resa pubblica una decina d’anni fa – Si rimproverava di non aver fatto abbastanza”, conclude Suzana Glavaš.

“Chi salva una vita – recita il Talmud – salva il mondo intero”…

… e proprio gente di questa portata spesso l’ha fatto in silenzio.

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