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Ne “Il mio ritratto letterario” il coraggio di Bulgakov e l’umanità totalitarista di Stalin

Di uno sfiancato e depresso dei più grandi romanzieri di tutti i tempi "salvato" da Stalin.

Del saggio che vi presentiamo, non impaurisca il nome dello statista sovietico Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin. Di quella politica propriamente detta, c’è poco. Ciò che la genovese editrice Il Melangolo, nel febbraio scorso ha pubblicato, è un profilo ontologico di due forti e famose personalità. Bulgàkov scrisse a Stalin, e per mantenere aperto uno spiraglio anche a Enukidze e Gor’kj, diverse lettere, sino a riceverne una anomala risposta.

Nel 1921 Bulgakov si traferì con la moglie a Mosca, dove procedendo nella sua attività artistico culturale, della quale era molto consapevole della grandezza e bravura, cadde in uno stato di prostrazione depressiva, perché, qualunque tipo di spettacolo, racconto, romanzo proponesse, veniva sempre bocciato dalla stampa nazionale.

 

A questa condizione reagì in maniera ardita, chiedendo a Stalin, via posta,la possibilità abbandonare il paese.

Ciò, per espatriare altrove, perché l’ostracismo della stampa nei suoi confronti aveva aggravato ancor di più la sua situazione economica.
(In foto Stalin)

Stalin telefona a Bulgàkov

In maniera del tutto inusuale Michail Bulgàkov, il 18 aprile 1930, ricevette la telefonata di Stalin, che, rispondendo alla lettera ricevuta e datata 28 marzo 1930, rigettava nettamente e categoricamente la richiesta dello scrittore, ma gli proponeva, in verità accoglieva l’altra opzione che nella medesima missiva enunciava Bulgàkov, di lavorare al “Teatro d’Arte MChAT”. Cosa che avvenne all’indomani della telefonata.

Di questo contatto diretto tra lo statista e lo scrittore, non tutto andò secondo le ambizioni, moderate sicuramente, di Bulgàkov. Molti furono i pettegolezzi, sicché nello stesso Teatro iniziarono a manifestarsi ostruzioni.

 

 

Bulgakov sostituto di Majakovskij?

Si vociferò che Stalin fosse interessato a Bulgàkov, perché ne apprezzava le doti, ma principalmente per sostituire l’emblema della cultura nazionale, Majakovskij, suicidatosi quattro giorni prima, della telefonata che fece a Bulgakov.

Fu una diceria tipica del servo. Così come accade ancora oggi. Sei bravo a far demagogia, poi la popolarità la cerchi scagliandoti contro ciò che non ti sta bene.

La stanchezza di Bulgàkov

Che Stalin fosse colpito non soltanto dalla bravura ma anche dal coraggio di Bulgakov, non abbiamo dubbi, basta leggere un estratto di una lettera, che qui riportiamo:

«Giunto quasi alla fine del decimo anno le mie forze si sono esaurite, non potendo più resistere, braccato, conscio del fatto che nessuna mia opera potrà più essere stampata o rappresentata all’interno dell’URSS, ridotto alla depressione nervosa, mi rivolgo a Voi e chiedo il Vostro interessamento presso il Governo dell’URSS affinché mi sia consentito di espatriare insieme con mia moglie L. E. Bulgàkova, la quale si unisce a questa mia preghiera».

(In foto Bulgàkov)

Il ruolo di Gor’kij

Il pamphlet dal titolo “Il mio ritratto letterario”, come annunciato precedentemente, riporta anche una stretta corrispondenza col collega Gor’kij, che fu un tramite importante al fine di far giungere, quote più notizie a Stalin su ciò che era il vissuto artistico di Bulgàkov, fra queste, confermiamo la forza, forse dettata dalla disperazione, dell’onestà intellettuale dell’autore de Il maestro e Margherita, quando rivolgendosi a Stalin scrive che gli hanno consigliato di scrivere delle opere comuniste e che lui già da anni, stava lavorando ad una biografia del governatore sovietico.

(In foto Gor’kij)

Libro pratico, semplice e scorrevole, che mette in auge due aspetti importantissimi delle fattezze ontologiche: l’umanità di Stalin, che dir si voglia sulla questione del suicidio di Majakovskij, che non venne meno al suo totalitarismo, non permise l’espatrio, ma accolse la richiesta che consegnò alla storia una penna tribolata e raffinatissima come quella di Bulgàkov, e in riferimento a quest’ultimo, il malessere esistenziale che subisce un uomo attraverso certe modalità di ‘canagliaggine’, in questo caso la stampa serva che bocciava tutte le sue opere.

Morto Bulgàkov nel 1940, di ciò che fece, non si seppe più nulla, sino a quando la moglie scrisse, (anche in questo caso il bel libro ci consegna delle fonti che i non addetti ai lavori non conoscono, infatti ci sono dubbi su quale delle versioni delle due delle tre ex mogli di Bulgakov scrisse) a Stalin, supplicandolo di “salvare” per la seconda volta, il grande drammaturgo rendendogli onore come personaggio di spessore dell’URSS.

Solo nel 1961 il fenomeno Bulgàkov, prese piede. Tra giovani, intellettuali, anziani, spopolò la sua letteratura in tutto il pianeta.

 

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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