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Muos, otto indagati per i lavori abusivi

Sono otto le persone indagate dalla Procura di Caltagirone per la violazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio per avere, in concorso fra loro, eseguito opere un assenza di autorizzazione o in difformità da essa e/o per aver omesso la vigilanza sull’attività urbanistico edilizia. Sette sono gli italiani, uno statunitense. La notizia è riportata dal sito del Coordinamento regionale dei comitati No Muos.

I sette italiani sono: Giovanni Arnone, all’epoca dirigente dell’Assessorato regionale territorio e ambiente della regione Sicilia, in qualità di responsabile del procedimento di autorizzazione del Muos; Mauro Gemmo, presidente della Gemmo Spa, ditta vicentina (già nota per i lavori di allragamento della base Dal Molin di Vicenza), nonché finanziatrice della campagna elettorale dell’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo, colui che diede il via libera alla costruzione del Muos; Adriana Parisi, responsabile della Lageco, ditta che si è aggiudicata l’appalto per la costruzione del Muos. Lageco e Gemmo hanno formato una associazione temporanea di imprese denominata “Team Muos Niscemi”. Indagati anche il direttore dei lavori, Giuseppe Leonardi; Carmelo Puglisi (Pb Costruzioni), Maria Rita Condorelli (Cr Impianti Srl) e Concetta Valenti, titolare della Calcestruzzi Piazza Srl, impresa in passato al centro di un’interrogazione del senatore Pd Giuseppe Lumia perché priva di certificazione antimafia. L’ottavo indagato sarebbe un militare statunitense della US Navy.

Dalle 34 pagine dell’atto si apprende di chi sia la giurisdizione sul cantiere Muos, a spiegarlo ai magistrati di Caltagirone è il comandante della base Usa di Sigonella: «L’area riservata agli Stati Uniti è l’attuale sito “Niscemi transmitter site”, in particolare la sala di controllo, mentre il nuovo sito, anche se concepito come variante del sito originario, è fuori da questa sala e non è ancora stato preso in carico dalle autorità statunitensi».
La richiesta di sequestro dell’opera, è in continuità con l’analogo provvedimento del 4 ottobre 2012, quando la Procura allora retta da Paolo Giordano, aveva sequestrato l’area. La nuova richiesta di sequestro avanzata dall’ufficio retto dal procuratore Giuseppe Verzera ha tenuto conto delle censure del Tribunale del Riesame che, sempre nel 2012, aveva disposto il dissequestro del cantiere.
Questa volta, ad integrazione delle indagini, nuovi rilievi sono venuti in soccorso alla Procura. Centrale la sentenza del Tar che ha dichiarato il cantiere abusivo e illegittimo, annullando le autorizzazioni. Determinanti le richieste di sequestro da parte dell’avvocato Goffredo D’Antona, legale di uno dei soggetti giuridici che compongono il variegato arcipelago No Muos, l’Associazione antimafie Rita Atria. Denunce, queste, supportate da filmati che documentano come i lavori all’interno della base siano continuati nonostante la sentenza del Tar.
Il 3 marzo 2015 la Polizia giudiziaria, a seguito di rilievi effettuati nel cantiere dopo il primo esposto di D’Antona, conferma: «Si evince come all’interno della struttura Muos siano ancora presenti mezzi e personale intento a protrarre i lavori di edificazione e ciò nonostante l’avviso di pubblicazione della sentenza del Tar sia stato trasmesso a tutte le parti costutuite, potendosi per tanto presumere la conoscenza del contenuto del provvedimento». Proprio in data la Polizia giudiziaria effettua rilievi aerei della base e “sorprende” gli operai al lavoro. Ancora il 13 marzo l’avvocato D’Antona presenta nuovi video che testimoniano attività all’interno del cantiere.

Secondo la Procura, «il sequestro va effettuato per impedire che la libera disponibilità dell’immobile aggravi le conseguenze del reato ancora in permanenza». In sostanza, deve essere vietato l’accesso al cantiere per impedire che i lavori possano continuare.

Il procuratore Verzera più volte lamenta la scarsa collaborazione degli Usa: «A tutt’oggi il governo americano non ha fornito alcuna informazione circa le generalità del committente dei lavori».

La notizia di reato che ha fatto nascere l’inchiesta verte su una denuncia del 14 settembre 2011 del Comune di Niscemi. L’amministrazione militare aveva dichiarato allora «che i lavori previsti erano di “continuazione delle attività già in essere nell’area”». Commenta la Procura: «È dubbio che le nuove opere possano essere una continuazione delle precedenti, si tratta di una nuova stazione radio e al riguardo basterebbe riflettere sull’enorme divario della scala delle frequenze tra l’esistente e il nuovo sistema».

Sono proprio le autorizzazioni, richieste in primis dalla legge e dal decreto istitutivo della riserva, al centro dell’attenzione della magistratura: «L’articolo 4 del decreto istitutivo – si legge nell’atto di richiesta di sequestro – prescrive una serie numerosa di divieti fra cui la demolizione e ricostruzione dell’immobile».

Alla Procura non sfugge la grossolanità con cui le autorizzazioni sono state rilasciate, fino a definirle «macroscopicamente illegittime». Ad esempio, scrive il procuratore Verzera: «Non può assolvere all’onere della motivazione l’inciso che si legge nel verbale di sopralluogo istruttorio del 6.6.2008 laddove si afferma testualmente: non si ritiene che la realizzazione del sistema di comunicazioni utenti mobili (MUOS) nel sito radio Us. Navy di Niscemi possa avere impatto negativo sotto il profilo ecologico e paesaggistico con l’ambiente circostante, risultando, quindi, compatibile con le finalità di conservazione del Sic Sughereta di Niscemi». Proprio la fase istruttoria risulta carente e priva di motivazioni.

Ma la Procura rincara la dose, in riferimento alla mancata comparizione della Sovrintendenza ai beni culturali, assente in sede di Conferenza dei servizi, nonostante la stessa avesse previsto limiti stringenti, «poi bellamente ignorati». È infine la stessa Sovrintendenza a smentire le parole dell’odierno indagato Arnone: il dirigente aveva dichiarato che «una nuova conferenza dei servizi non avrebbe cambiato lo status del progetto»; i dirigenti della Sovraintendenza affermano che l’ente «non avrebbe mai potuto rilasciare alcuna autorizzazione alla realizzazione del progetto se l’infrastruttura fosse ricaduta in zona “A”», come di fatto è.

Proprio la questione della riperimetrazione della riserva, effettuata quando i lavori del Muos non erano ancora cominciati ufficialmente, è al centro di un’aspra critica da parte del Pm. Il sito Muos infatti, a seguito della riperimetrazione, risultava essere in zona “A”, zona di totale inedificabilità. Secondo la procura di Caltagirone sarebbe stata necessaria una nuova conferenza dei servizi per concedere le autorizzazioni. La legge della Regione Siciliana n. 14 del 9 agosto 1988 statuisce infatti che la modifica delle Riserve sospende e sottopone a riesame tutti i provvedimenti di autorizzazione già concessi. Nella Conferenza dei servizi che autorizzò il Muos, invece, la riperimetrazione della Sughereta non fu nemmeno discussa: «Il provvedimento finale – scrive Verzera – adottato in seguito alla conferenza dei servizi risulta illegittimo e va disapplicato in quanto viziato sul piano procedurale e sul piano sostanziale perché privo di motivazione, comparendovi clausole di stile. Sopratutto non si trova alcun cenno sulla riperimetrazione del sito, frattanto intervenuta, non appare dunque assistito da un’esauriente istruttoria perché nessun provvedimento è stato adottato in seguito alla revoca del nullaosta del comune di Niscemi sia perché nessuna approfondita disamina è stata operata sotto il profilo della salute pubblica per effetto dei campi elettromagnetici».

Il procuratore calatino ne ha anche per gli organi regionali che «hanno trattato la vicenda come una normale costruzione abusiva di privati, senza alcuna differenza rispetto al colossale impianto che si stava attrezzando, verso cui la cura degli interessi pubblici avrebbe dovuto essere al massimo livello. Cura che evidentemente includeva anche ripensamenti e riconsiderazioni delle precedenti volontà una volta che uno dei principali attori, appunto il Comune di Niscemi, mostrava di avere forti perplessità sulla edificazione del manufatto militare, perplessità basata su fatti oggettivi e riscontrabili».

L’atto di sequestro inoltre contiene delle precisazioni riguardanti il precedente sequestro del 4 ottobre 2012, considerando le censure del Tribunale del Riesame. Interviene circa l’immunità territoriale rivendicata dall’ambasciata Usa, specifica la certa legittimità del Tribunale ad agire anche contro cittadini statunitensi anche nel caso si tratti di membri appartenenti alla Nato, giustifica la revoca del nullaosta del Comune di Niscemi non inquadrandola, come fatto dal Riesame, come «dissenso postumo» ma dissenso «motivato da fatti nuovi e giuridicamente rilevanti».

Un ragionamento, quello della Procura di Caltagirone, sottolineano gli attivisti dei comitati, che «ci dà ragione su tutta la linea e dimostra la superficialità con cui sono state concesse le autorizzazioni del Muos».

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Redazione

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