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Montante, Faraone e gli specialisti dello stupore

Chiunque è innocente fino a sentenza definitiva. Un principio sacrosanto che le classi dirigenti usano sempre più spesso come alibi. E di certo, nei prossimi giorni, lo sentiremo ripetere da più parti dopo che la Repubblica ha reso nota l’inchiesta della Procura di Caltanissetta sul leader di Confindustria Antonello Montante, e dopo l’inchiesta della Dda di Palermo sul racket delle estorsioni che, stamattina, ha portato in carcere il consigliere comunale del Megafono Pino Faraone, primo dei non eletti alle ultime regionali.
Dopo le generiche “denunce” del presidente dell’Antimafia regionale, Nello Musumeci, che sulla base di uno scritto anonimo ha lanciato accuse mediatiche contro «tre o quattro consiglieri comunali di Catania» eletti col voto di scambio, da altre zone della Sicilia sono le indagini di forze dell’ordine e procure a riportarci alla concretezza dei rapporti tra cosche mafiose e classi dirigenti. Ma il feticcio della “legalità” è diventato un comodo alibi per ignorare i comportamenti devianti delle classi dirigenti e delegare alla magistratura l’eliminazione delle “mele marce”.
Ancora una volta, il rapporto tra mafia, politica e impresa tiene banco e ci interroga sulla qualità delle classi dirigenti dell’isola. Nel lontano 1967, il senatore democristiano Luigi Carraro, presidente della Commissione parlamentare antimafia e autore della prima relazione (di maggioranza) organica sul fenomeno mafioso del dopoguerra, scriveva che «la mafia è un fenomeno delle classi dirigenti» e la definiva «mafia alta», per distinguerla dalla «mafia bassa», cioè dalla manodopera criminale utilizzata per “governare” i conflitti sociali. Nello stesso anno, la relazione di minoranza del Pci, primo firmatario Pio La Torre, descriveva il signore degli appalti palermitani, il conte Arturo Cassina, come «un pilastro del sistema mafioso».
Quasi quarant’anni dopo, quello che allora era un fenomeno siciliano e meridionale è questione nazionale – basti pensare alle recenti inchieste sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia e nell’Emilia Romagna, o a all’indagine “Mafia Capitale” – anche se le classi dirigenti del Paese sembrano non accorgersene e tendano sempre a circoscrivere, ad atomizzare, a rifuggire da una visione d’insieme che prenda atto che la celebre «linea della palma» sciasciana ha armai superato le Alpi. Con la differenza che, nel caso del racket, gli imprenditori del Sud denunciano, quelli del Nord tacciono. Convivono. E non risulta che la Confindustria ormai votata alla “legalità” ne abbia espulso qualcuno. Perciò non meraviglia che il massimo fautore della “legalità” confindustriale sia indicato da tre collaboratori di giustizia come vicino al clan Accardo. Non meraviglia anche perché oltre un anno fa, una foto pubblicata dal periodico Siciliani giovani ci aveva mostrato una foto ingiallita con un giovane Antonello Montante immortalato col capomafia suo compaesano e ci aveva raccontato che due degli Accardo erano stati suoi testimoni di nozze. Storie di paese. Cioè di luoghi dove si intrecciano le prime relazioni. Di luoghi in cui i comportamenti delle persone sono visibili. Storie vecchie, direte voi. Certo. Ma certi legami non li si recide facendo carriera: tutt’altro.
Lo scorso 5 gennaio, durante l’annuale iniziativa della Fondazione Fava per ricordare Giuseppe Fava, la presidente della Commissione antimafia, Rosi Bindi, ha ricordato come in passato, le relazioni della Commissione, specie quelle di minoranza, del Pci, potevano avvalersi del contributo delle Camere del lavoro, delle sezioni di partito, di semplici militanti, cioè di soggetti radicati nei territori che facevano denunce circostanziate sui rapporti tra classi dirigenti locali e criminalità mafiosa (mentre oggi tutto avviene in seguito alle inchieste della magistratura). Una cosa che oggi non è più possibile, vuoi perché i partiti sono diventate caste autoreferenziali prive di radicamento e di anticorpi, vuoi perché dei comportamenti non gliene frega più a nessuno e, ogni volta che qualche nome “eccellente” finisce nella rete della giustizia, assistiamo al festival dello stupore, dei distinguo, del garantismo “legalitario”, che misura tutto con le sentenze della Cassazione. Senza contare chi, come l’attuale presidente della Regione siciliana, l’“antimafioso” per eccellenza Rosario Crocetta, vede infiltrazioni mafiose ovunque, specie fra i suoi nemici politici – emblematiche, sotto questo aspetto, le infamie riversate sui No Muos –, ma imbarca chiunque nel suo Megafono, ché i voti non puzzano e anche un Pino Faraone può andare bene. Senza contare che la sua giunta regionale si basa sul sostegno determinante di quella stessa Confindustria “legalitaria” guidata da Montante, uno che coi proclami “antimafia” è persino più bravo del governatore: più proclami, meno controlli preventivi, così le infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione, invece di prevenirle, se va bene le inseguiamo.
Ma abbiamo eliminato lacci e lacciuoli burocratici e siamo tutti contenti, ché questa è l’epoca della velocità. Velocità come valore. Velocità e legalità, feticci dei nuovi padroni del vapore, pronti a garantire fino al 3% di evasione fiscale, cioè a consentire alle imprese la formazione di fondi neri da utilizzare per corrompere, restando nella “legalità”. Ché a questo servono i fondi neri: a corrompere. E che corruzione e mafie siano parenti stretti è fatto inconfutabile.
Tornano così in mente le parole del senatore Carraro: «La mafia è un fenomeno delle classi dirigenti». Non più solo di quelle isolane.

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Redazione

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