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Misure di Prevenzione Antimafia, Sergio D’Elia: “La lotta alla mafia o la si fa nel rispetto dei principi costituzionali, oppure rischia di essere soltanto una lotta di facciata e propagandistica”

La Legge di iniziativa popolare dei Radicali al centro del dibattito

Le Misure di Prevenzione antimafia, così per come sono formulate, non funzionano. A essere danneggiati sono in primo luogo gli imprenditori colpiti dai sequestri patrimoniali e personali sulla base del semplice sospetto di cointeressenze di stampo mafioso, le loro famiglie che improvvisamente si trovano senza un tetto sulla propria testa e i lavoratori delle aziende che vengono poste in amministrazione giudiziaria.
È pronta la Legge di iniziativa popolare presentata dal Partito Radicale sabato scorso a Palermo, frutto di un lavoro di squadra al quale hanno dato il loro contributo alcuni imprenditori vittime di un sistema sbagliato che va corretto in un modo molto semplice, e cioè riportare la Legge Rognoni – La Torre alla sua purezza originaria.

Un tema scottante che non sempre viene compreso dai “puri di cuore” ammorbati dall’antimafia più populista. E infatti, è subito polemica: a essere oggetto di contestazione l’articolo di Salvo Palazzolo su La Repubblica dal titolo “L’ultima battaglia dei radicali. Aiutiamo le vittime dell’antimafia!” pubblicato ieri.

Sul suo profilo facebook Pietro Cavallotti entra nel merito:
“Ecco qui. Classico esempio di disinformazione. Per screditare la nobile iniziativa del Partito Radicale, Sergio D’Elia viene fatto passare come terrorista. Il prof. Fiandaca, da padre della penalistica italiana, viene proposto come colui che vuole delegittimare il processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia. Le parole di Massimo Niceta non vengono riportate nel modo esatto perchè quando lui diceva che l’antimafia è come la mafia si riferiva non a tutta la Magistratura ma alla Saguto. Ovviamente, non si fa riferimento al fatto che Massimo ha avuto un decreto penale di archiviazione e un esito favorevole in Corte d’Appello.
Su Aurelio Alfano – che, dopo un calvario giudiziario, ha riavuto le macerie dei suoi beni – non una parola.
Stefano De Luca è come se non fosse intervenuto.
Tutto quello che ha riferito Andrea Cuzzocrea non esiste.
Di me si dice che sono un “rampollo” che appartiene ad una famiglia a cui é stato confiscato il patrimonio; che sono diventato il simbolo di questa battaglia amplificata dai media. Ovviamente, non si fa riferimento alla sentenza di assoluzione: non sia mai che il lettore abbia una visione chiara dei fatti!
Ho cercato sul dizionario. Il rampollo è colui che appartiene ad una famiglia ricca. Io invece appartengo ad una famiglia che non ha neanche gli occhi per piangere.
Ma, soprattutto, nell’articolo non si fa il minimo cenno alle proposte che sono state avanzate. Non una parola sul mio intervento finale in cui sintetizzavo le proposte. Peraltro, nel mio intervento dicevo che avevamo invitato magistrati e che vogliamo un confronto con loro per una antimafia plurale e pluralista. Ovviamente non si dice neppure che in ogni intervento è stato ricordato che SIAMO CONTRO LA MAFIA.
Magari, l’autore dell’articolo, rivedendo il video del convegno sul sito di Radio Radicale, potrà rivalutare il senso dell’assemblea di ieri. Ovviamente, qulora fosse in buona fede.”

Arriva l’immediato intervento di Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino e coordinatore della Presidenza del Partito Radicale Transnazionale: «È la solita linea de La Repubblica che non vuole discutere nel merito delle questioni», ha dichiarato a L’Urlo. «E segue il clichè stantio di una antimafia che non tiene conto non soltanto della vita delle persone ma dei principi fondamentali dello stato di diritto. La lotta alla mafia o la si fa nel rispetto dei principi costituzionali, oppure rischia di essere soltanto una lotta di facciata e propagandistica».

A riassumere i contenuti della Legge di iniziativa popolare in seduta assembleare lo stesso Cavallotti: «Qualche dubbio sull’efficienza del sistema delle misure di prevenzione e del sistema delle interdittive rispetto alla Costituzione e rispetto alla Convenzione Europea, c’è».

Ed entra perciò nel dettaglio: «Il Partito Radicale ha preparato alcune proposte di modifica del sistema delle misure di prevenzione e del sistema delle interdittive. Noi ci siamo limitati semplicemente ad estendere le garanzie previste per il processo penale al processo per l’applicazione di una misura di prevenzione. Quindi il principio della legalità, principio della sufficiente tipizzazione di una fattispecie».

Cavallotti spiega: «Le misure di prevenzione vengono applicate agli indiziati accusati di appartenere ad una associazione mafiosa. Il concetto di appartenenza però non coincide con quello di partecipazione penalmente rilevante, perciò il concetto di appartenenza è qualcosa di molto più vago e di più indefinito del concorso esterno in associazione mafiosa, con tutte le problematiche che vi sono connesse. Noi abbiamo pensato di fare coincidere il concetto di appartenenza ad una associazione mafiosa con il concetto di partecipazione, delineato dall’art. 416 bis del C.P.».

Quindi approfondisce: «Immaginiamo un sistema di intervento di natura patrimoniale in chiave preventiva suddiviso su più livelli. C’è il sospetto che un imprenditore sia in qualche modo vicino (non si sa ancora a che titolo) ad una associazione mafiosa? Interveniamo facendolo affiancare da un controllore, un amministratore giudiziario,  un commissario straordinario nella more degli accertamenti procedurali. In questo modo risolviamo diversi problemi: risolviamo il problema della continuità aziendale, perché non vi è persona migliore dell’imprenditore che ha costituito l’azienda che sappia come amministrare quell’azienda. Risolviamo il problema della conservazione dei patrimoni. Risolviamo il problema dell’occupazione. Tutto questo affinché, al termine del processo, se dovesse essere provata l’origine illecita e delittuosa del patrimonio, si interverrà con la confisca. Viceversa, si restituirà un patrimonio integro».

E continua: «Poi prevediamo delle garanzie di tipo procedurale. Il sequestro interverrà in forma residuale qualora l’imprenditore, nella fase del controllo, violi  le disposizioni che gli vengono impartite dal giudice o dall’amministratore giudiziario. Nel caso in cui dovesse intervenire il sequestro, immaginiamo che questo possa essere impugnato dinnanzi al tribunale della Libertà».

«La nostra proposta – afferma Cavallotti – prevede di regolamentare in maniera diversa il rapporto tra il processo di prevenzione da un lato e il processo penale dall’altro. Sono tante le storie di persone che sono state assolte nel processo penale e che per gli stessi e identici fatti hanno subito prima il sequestro e poi la confisca nel processo di prevenzione».

I Radicali hanno perciò riesumato una vecchia norma del Rognoni – La Torre: «Abbiamo ripulito la norma dalle incrostazioni frutto del populismo giudiziario. Qualora per gli stessi fatti concorra da un lato il processo di prevenzione e dall’altro il processo penale, il giudice ha la facoltà di sospendere il processo di prevenzione in attesa della definizione di quello penale. Se il processo penale si conclude con sentenza piena di assoluzione perché il fatto non sussiste, quella sentenza fa decadere il processo di prevenzione».

Anche l’attività istruttoria dibattimentale nel processo di prevenzione con la Legge di iniziativa popolare dei radicali viene rivisitata. «Oggi viene disposto prima il sequestro e solo successivamente, nella fase dibattimentale, viene disposta la perizia. Una perizia che non è necessaria per decidere di sequestrare, ma che diventa indispensabile per decidere se confiscare o revocare il sequestro.»

È in questo passaggio che si concentra la pericolosità dell’attuale sistema delle Misure di Prevenzione che ha distrutto la vita delle cosiddette “vittime dell’antimafia”, come il sig. Franco Lena che per 8 anni ha dovuto attendere la perizia nella quale si accertava la sua estraneità ad associazioni mafiose e pericolosità sociale. «Perciò noi diciamo – incalza Cavallotti – di procedere prima all’accertamento se una persona appartiene a una categoria di pericolosità sociale e, se il vaglio è positivo, disporre gli accertamenti peritali».

Dunque: «Interveniamo sui presupposti che fanno scattare la revocazione della confisca. E immaginiamo che la persona a cui è stato sottratto il patrimonio possa azionare lo strumento della revoca quando, successivamente alla confisca definitiva, interviene per gli stessi fatti una sentenza di assoluzione definitiva».

«Un’altra cosa che ci permettiamo di suggerire – continua Pietro Cavallotti nell’intervento ripreso dai Radicali – è che gli indizi d’appartenenza della persona ad una categoria di pericolosità sociale siano non gravi, ma quantomeno precisi e concordanti. Ad oggi sono stati confiscati interi patrimoni sulla base di semplici dichiarazioni di pentiti, dichiarazioni smentite anche documentalmente da parte dell’interessato».
Pietro Cavallotti e la sua famiglia sanno perfettamente quali implicazioni comporta questo passaggio, esattamente come Massimo Niceta e i suoi fratelli costretti addirittura a denunciare il cugino Angelo Niceta chiamato a testimoniare al processo sulla Trattativa  – Stato Mafia da Nino Di Matteo e, ad oggi, in regime di protezione come testimone di giustizia.

L’onere della prova è un altro aspetto rivisto dalla Legge di iniziativa popolare dei Radicali. Mentre nel processo penale è l’accusa a dimostrare che l’imputato abbia commesso reato, nelle misure di prevenzione avviene il contrario: «Se devo essere io a dimostrare come ho costruito il mio patrimonio e non ci riesco perché tu mi chiedi di fornire documentazione contabile risalente a 30, 40 50 anni fa è chiaro che io non posso assolvere all’onere probatorio». E specifica: «C’è un corto circuito tra il sistema delle misure di prevenzione e il sistema fiscale. Nel sistema fiscale si devono tenere le scritture contabili per 10 anni. Nel processo di prevenzione, i proposti sono chiamati a fornire documentazione contabile fino a 50 anni prima. Se nel processo di prevenzione non vengono fornite queste fatture, e perciò se non si assolve all’onere probatorio, si può paradossalmente affermare che il patrimonio sia di origine illecita. L’accertamento nel processo di prevenzione dunque deve essere armonizzato con la normativa fiscale».

L’intervento di Sergio D’Elia si è concentrato sull’applicazione disgiunta tra le misure di prevenzione patrimoniale e misure di prevenzione personali. «Fino al 2008 – spiega Pietro Cavallotti – per confiscare era necessario che il soggetto fosse al momento della decisione socialmente pericoloso. E aveva un senso. Perché la prevenzione alla fine a cosa serve? Serve per impedire che a una persona, siccome attualmente pericolosa, possa domani commettere un delitto. Questo è il significato della prevenzione. Oggi invece possono applicare la misura di prevenzione patrimoniale anche se tu non sei socialmente pericoloso».

Insomma, le misure di prevenzione diventano sanzione penale a tutti gli effetti perché vengono inflitte anche a persone innocenti venendo meno il principio della prevenzione dal momento in cui ci troviamo in assenza di un reato in terzo grado con sentenza definitiva.

«Noi riteniamo che si debba superare il principio dell’applicazione disgiunta e di riportare la normativa delle misure di prevenzione alla sua purezza originaria. Siamo ancora disponibili al confronto con i magistrati e con le associazioni di categoria».

 

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Debora Borgese

Non ricordo un solo giorno della mia vita senza un microfono in mano. Nata in una famiglia di musicisti da generazioni, non potevo non essere anche io cantante e musicista. Ma si registrano nomi di rilievo anche tra giornalisti e critici letterari, quindi la penna è sempre in mano insieme al microfono. Speaker radiofonica per casualità, muovo i primi passi a Radio Fantastica (G.ppo RMB), fondo insieme a un gruppo di nerd Radio Velvet, la prima web radio pirata di Catania e inizio a scrivere per Lavika Web Magazine. Transito a Radio Zammù, la radio dell'Università di Catania, e si infittiscono le collaborazioni con altre testate giornalistiche tra le quali Viola Post e MuziKult. Mi occupo prevalentemente di politica, inchieste, arte, musica, cultura e spettacolo, politiche sociali e sanitarie, cronaca. Diplomata al Liceo Artistico in Catalogazione dei Beni Culturali e Ambientali - Rilievo e restauro architettonico, pittorico e scultoreo, sono anche gestore eventi e manifestazioni, attività fieristiche e congressuali. Social media manager e influencer a detta di Klout. Qualche premio l'ho vinto anche io. Nel 2012, WILLIAM SHARP CONTEST “Our land: problems and possibilities, young people’s voices” presentando lo slip stream “I go home. Tomorrow!” Nel 2014, PREMIO DI GIORNALISMO ENRICO ESCHER: mi classifico al 2° posto con menzione speciale per il servizio sulla tecnica di cura oncologica protonterapica e centro di Protonterapia a Catania. Nel 2016, vince il premio per il miglior programma radiofonico universitario 2015 "Terremoto il giorno prima. Pillole di informazione sismica" al quale ho dato il mio contributo con il servizio sul terremoto in Irpinia. Ho presentato un numero indefinito di eventi musicali, tra i quali SONICA di Musica e Suoni, e condotto dirette radiofoniche sottopalco per diverse manifestazioni musicali come il Lennon Festival, moda e concorsi di bellezza. Ho presentato diversi libri di narrativa e politica, anche alla Camera dei Deputati. Ho redatto atti parlamentari alla Camera, Senato, Assemblea Regionale Siciliana e mozioni al Comune di Catania. Vivo per la musica. Adoro leggere. Scrivo per soddisfare un bisogno vitale. La citazione che sintetizza il mio approccio alla vita? Dai "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" di L. Pirandello: "Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno".

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