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Intervista a Santino Mirabella. Il giudice letterato

Ho scritto un racconto più lungo del solito, semplicemente perché non ho avuto il tempo per farlo più corto.” (Blaise Pascal)

Ogni parola che non capite oggi è un calcio nel culo che prenderete domani.” (Don Lorenzo Milani)

Mille sensazioni al cospetto di un giudice. Nell’immaginario comune, tale figura è accostata al freddo del marmo, ai boccoli grigi dei processi inglesi, a “Signor Giudice” di Roberto Vecchioni, all’eco del fracasso di un martello rabbiosamente sbattuto per intimare il silenzio, ad una foto di Falcone e Borsellino, ad uno sguardo accigliato, al pianto di un condannato, a “Un Giudice” o a “Il Gorilla” di Fabrizio De Andrè, ad un indice puntato dall’alto di uno scranno, al lampeggiante di una volante di scorta o ad una sbiadita leggenda spesso presente nei tribunali sotto forma di motto. Tutto fa pensare a qualcosa di gelido, impassibile, anaffettivo, insensibile, cinico e puramente scientifico.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere, di persona o tramite la sua scrittura, il Dottor Santino Mirabella, giudice penale presso il Tribunale di Catania, sa che certi preconcetti possono essere polverizzati in pochi minuti fatti di meravigliosi voli pindarici tra spiccata sensibilità artistica ed ottima conoscenza di letteratura e filosofia.
Mirabella è un “giudice letterato” ossia uno stimato magistrato con la passione per la scrittura. Una passione che lo ha portato a scrivere, a pubblicare riscuotendo un notevole successo ed a ricevere premi ed onorificenze siciliane e nazionali.
Ho avuto il piacere di porgere qualche domanda al Dottor Mirabella. Ne è scaturita una quasi anarchica discussione nella quale il “giudice letterato”, come un fiume tracimante, è riuscito mirabilmente (proprio il caso di dirlo!) a citare Stefano Rosso, Luigi Pirandello, Blaise Pascal, Francesco De Gregori, Nanni Moretti, Gioachino Belli, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Andrea Camilleri, Don Lorenzo Milani, Francesco Piccolo. Sono entrato nel suo ufficio in punta di piedi, chiedendo un’intervista. Si è rivelata un’illuminante quanto cordiale chiacchierata sulla scrittura e non solo.

Giudice Mirabella, magistrato ed autore. Due attività che sembrano inconciliabili. Sembrano. Eppure lei riesce a mettere su carta molte storie apparentemente lontane da quelli che sono i luoghi ed i “profumi” della sua professione. Come fa?
“Il giudice, come lo scrittore, vive di parole. Di foto, video ma soprattutto parole. Atti formati da parole, testimonianze fatte da parole. Io nuoto tra le parole e quindi non riesco a vedere le due attività inconciliabili. Nemmeno riesco a vedere la mia professione come un’attività arida. Tutt’altro. Mi sono laureato in giurisprudenza e non in legge. La mia professione è trovare un ponte tra il codice penale e la realtà, la vita umana. Io devo dar vita agli articoli del codice e adattarli in modo equo alla vita di colui che devo giudicare. Scrittura e magistratura quindi? Le amo come un padre può amare i due suoi figli. Non riuscirei a scegliere, figuriamoci a ritenerle inconciliabili.
Poi è anche il mestiere che mi permette un contatto diretto con la scrittura. Nel mio ufficio non mancano mezzi per tradurre idee ed emozioni in parole. Posto che non ho alcun ritardo nel mio lavoro, ho il computer sempre a portata di mano. Quando l’idea mi coglie, basta pigiare la tastiera.”

Ecco! Proprio quell’attimo. Una folgorazione? Cosa la spinge? Si direbbe un desiderio o addirittura un bisogno di scrivere.

“Scrivo innanzitutto per gioia o forse, citando Francesco Piccolo, per me scrivere è un tic. Io ho sempre messo su carta le mie poesie ed i miei racconti, sin dall’età di sei anni. Ho sempre avuto questa che forse è una seconda vocazione. Il più bel gioco. Subisco quotidianamente il fascino delle parole. Un amore incondizionato per la lingua. Una serenità ed una pace interiore messe a dura prova dalla mia attività professionale ma è anche grazie alla scrittura che riesco a svolgere tutto con professionalità e puntualità. Una cura l’altra, insomma. Entrambe mantengono saldo un equilibrio. Il mio.”

C’è dell’altro? Non sembra solo un sentimento impetuoso e disordinato il suo.
“Assolutamente. Alla base di tutto vi è il metodo. Il metodo rappresenta la soluzione dinnanzi ad un cieco ed impetuoso turbinio di idee ed intuizioni. Non solo nel lavoro. Anche nella scrittura, il metodo e lo studio della nostra lingua sono alla base. Bisogna migliorarsi e costruire senza superficialità.
E proprio per il grande valore che do alla nostra nobile lingua che cerco di studiarne anche gli aspetti meno conosciuti. Per contribuire alla sua tutela o meglio alla sua sopravvivenza.”

Lei parla di sopravvivenza e non posso darle torto. Probabilmente un autore e giurista come lei sente ancor più il peso di questa frustrante involuzione.

“In Italia ed in Grecia è nata la cultura europea. L’inglese, oltre che l’ignoranza dilagante, sta uccidendo la nostra lingua, stuprandola, storpiandola, impoverendola, inaridendola. Noi che facciamo? Inglesizziamo tutto. Siamo solo provincialotti che amano le mode. Business ed informatica non possono prevalere su millenni di cultura favorendo un idioma elementare e rozzo come l’inglese. Non possono uccidere una lingua ricca, complessa e nobile come la nostra. Come Colombo con gli indigeni, c’è un becero ed ottuso colonialismo linguistico. Un’odiosa supremazia linguistica anglosassone. Per cosa? Perchè siamo un popolo di provinciali.
La nostra lingua è una miniera infinita di particolari meravigliosi. La bellezza degli aggettivi e dei sinonimi ad esempio. Gli accenti. Ci sono centinaia di parole italiane adatte per diverse situazioni. Perché dimenticarle e sostituirle con una generica e poco musicale parola inglese?
Come nella pittura. Io adoro quadri complessi, pieni di sfumature e particolari, frutto di un lavoro certosino, geniale ed ambizioso. Oggi invece tutti a credere che, anche nella lingua, ci sia bisogno di nuovo. Tutti convinti che moderno presupponga il nuovo. Arricchire non significa stravolgere o tirare la coperta, impoverendo un altro aspetto.”

Sembra tanto il punto di vista dell’autore, del cultore della lingua italiana. Il giurista cosa pensa invece?

“Il giurista Mirabella, dal canto suo, combatte contro la cosiddetta “lingua della casta”. Pacifico che le sentenze non sono romanzi ed è essenziale mantenere un linguaggio consono. E’ altrettanto logico che la sentenza, rivolgendosi non tanto all’avvocato ma piuttosto all’eventuale condannato, deve necessariamente essere comprensibile anche da chi non ha competenze giuridiche. Come ogni libro, la scrittura non deve essere fine a se stessa. Non una mera fonte di autocompiacimento. Mai eccessivamente complessa o forbita. Sarebbe arrogante ed irrispettoso. Bisogna invece trasmettere qualcosa. Comunicare e non annoiare. Coinvolgere il lettore. E’ anche per tali motivi che io considero la mia attività di giudice una missione e non un semplice impiego statale. ”

E’ chiara la devozione alla lingua italiana. Una scienza ma allo stesso tempo un’arte da preservare. Molti suoi libri invece riguardano la Sicilia, Catania e la gente etnea. Dal calcio de “Quando il grigio divenne verde (e viceversa)” a “Conversazione con Tuccio Musumeci” passando per l’ultimo “L’Isola passeggera” (nella foto), la storia vera di un isolotto emerso e subito sprofondato a largo di Sciacca nel 1831. Poco dialetto ma molti riferimenti, seppur generici, alla Sicilia.

“Amo la mia terra e certamente, nei miei libri, i riferimenti a ciò che ho sempre respirato e visto non sono pochi. In realtà però non localizzo mai i miei racconti ne mi sforzo di perdermi in descrizioni minuziose dei personaggi. Spesso si intuisce lontanamente l’ambientazione ma mai con precisione. Adoro pensare che ogni lettore possa spalmare le mie parole sulla propria pelle. Ad esempio in “Quando il grigio divenne verde (e viceversa)”, la città di Catania è presente solo nella prima parte. Il libro sostanzialmente parla di un’esperienza vissuta da milioni di italiani che hanno perso un mondo calcistico romantico. L’anima di ciò che scrivo vive, a prescindere dalle ambientazioni.
Il dialetto? Sarò sincero. Non lo amo. Non metto in dubbio che preservare il dialetto sia cosa importante ma oggi si assiste ad una tendenza avvilente. Tutti pronti a conservare il dialetto, tutti a non dar seguito a questi buoni propositi e tutti a considerare l’italiano come un inutile orpello. Bisogna invece curare studiare la lingua e la dizione. Dove manca la dizione vi è eccesso di dialetto. Dove vi è eccesso di dialetto, vi è una lingua nazionale trascurata. Bisogna non cercar più scuse per distruggere la nostra lingua ufficiale.”

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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