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In Cina “meritocrazia” non fa rima con “democrazia”

Ma la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa; la tirannia mascherata da libertà.” (Luigi Pirandello)

Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto.” (Indro Montanelli)

L’occidente attraversa una inconsapevole crisi culturale e spirituale. Questo è chiaro, specialmente in politica. Specchio immediato dei malesseri sociali.
L’occidente si fonda ormai, non ammettendo altri modelli, sulla traduzione errata di “democrazia”, assai distante dalla democrazia ateniese di Solone, Clistene, Efialte e Pericle. Un’ applicazione che non ricorda certamente l’Atene dell’Areopago, dell’Ecclesia, della Boulè e delle corti.
Piuttosto che aspirare ad una autentica evoluzione, il nostro “mondo” si ostina a rovinare e rovinarsi anteponendo un’esasperata ed immediata uguaglianza ipocrita ad un concetto più lungimirante, fruttuoso ma certamente impopolare come “meritocrazia”. Riducendo questa parola a mero utopico ideale. Qualcosa da teorizzare davanti alle telecamere dopo qualche scandalo politico.
E’ il sociologo britannico Michael Young nel 1957, con un libro (The Rise of Meritocracy) dalla scorza amaramente satirica, a coniare per la prima volta “meritocrazia”. Un libro che andrebbe gustato davanti ad un qualsiasi tg o talkshow del nostro Bel Paese. Un argomento che brucia nella coscienza di ognuno di noi, un valore antico quanto l’uomo, che oggi assume un significato quasi discriminatorio ed intollerante. Qualcosa sopra cui filosofeggiare e basta. Un’idea da sbandierare quando ci si vuol lamentare genericamente della politica.

Daniel A. Bell, canadese, politologo e docente di filosofia presso l’Università di Tsinghua di Pechino, è entrato nel merito, anche a rischio di sembrare indulgente verso i metodi impopolari cinesi, con un libro che di certo non è passato inosservato.
The China Model è un vero e proprio trattato sul modello politico (limitativo definirlo “politico”) cinese. Il risultato è stupefacente e va ben oltre l’analisi strettamente politica.
Ho avuto il grande onore di fargli qualche domanda e nonostante il mio inglese non certamente brillante, qualcosa di interessante è uscito fuori.

Professor Bell, quale è la peculiarità del sistema cinese? Più voti a chi ha un livello di istruzione più alto? Una camera elettiva ed una camera ad accesso esclusivo dei luminari? Molti dubbi sull’ingranaggio cinese. Una cosa è certa. Sembra che in Cina, il termine “meritocrazia” possa fare a meno del concetto di “democrazia”. Ci spieghi quindi questo modello cinese.

«In occidente abbiamo l’ossessione per l’ammissione totale di ogni cittadino alla candidatura. In Cina è diverso. Il voto, come lo intendiamo noi, è applicato solo per le amministrazioni locali, immediatamente vicine al cittadino. Volendo fare un esempio, il comune o la circoscrizione comunale.

Per l’amministrazione statale, i piani alti per intenderci, i leader sono scelti sulla base di un rigido sistema meritocratico, basato su costanti esami e sul giudizio delle performance. Quest’ultimo gradino non è aperto a tutti ma solo a chi ha le potenzialità intellettuali per aspirarvi. Una vera e propria cooptazione dei migliori.

Tra questi due sistemi vi è un livello intermedio, mi riferisco alle elezioni delle amministrazioni intermedie. In Italia potremmo pensare alla provincia o alla regione. Qui vi sono metodi in fase sperimentale. Per cui in Cina ci sono tre sistemi elettivi: democrazia pura a livello locale, sistemi misti di tipo sperimentale in mezzo e sistema meritocratico a livello più alto. Alla base ed in alto vi sono sistemi per ora inconciliabili.»

Mi scusi ma chi decide chi può far parte di questa aristocrazia intellettuale? Chi sono i selezionatori? Chi seleziona questi?

«Il criterio è scientifico e non politico. Il merito è un dato concreto fatto di conoscenza e preparazione, fatto di esami non solo teorici ma anche pratici. Si nomina un soggetto perché più bravo degli altri. Non perché è più popolare, più ricco o più furbo.»

In Cina non si può parlare più di “comunismo”. Si è concluso un capitolo che certamente non ha fatto bene alla Cina. Nessun regime comunista ma un “Partito-sistema” che include anche i capitalisti, ovviamente meritevoli. E’ corretto?

«Si, concretamente non vi è un sistema puramente comunista. È una organizzazione amministrativa enorme che conta circa 86 milioni di persone e comprende tutte le elite della società, compresi i capitalisti.
La Cina risponde insomma al mercato globale non rinnegando completamente le proprie radici maoiste ma convertendo il suo passato nel miglior modo possibile. In maniera fino ad ora vincente. Tutto è partito da grandi riforme passate.»

Quali i primi passi per questo nuovo modello? Dal “Essere rosso è più importante che essere esperto” di Mao al “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi” di Xiaoping.
Di certo non sono stati cambiamenti facili, specialmente per un paese così grande.

«Si. Negli ultimi 30 o 40 anni, in Cina vi è stato un cambiamento enorme. Le riforme di Deng Xiaoping, dal 1979 in poi, hanno reso l’economia cinese meno statalista e più aperta al mercato. Il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” pose le basi per un sistema più aperto al capitalismo. Insomma una coesistenza tra impresa privata ed impresa statale, senza accantonare le radici socialiste. Allo stesso modo in politica, la meritocrazia è una forma di resistenza al “capitalismo elettorale”. Una via di mezzo a mio parere vincente.

Anche se non bisogna dimenticare che fu proprio Xiaoping ad avere un ruolo determinante nella repressione della protesta di Piazza Tienanmen.

Insomma queste riforme rivoluzionarie sono state sempre trascurate dall’occidente che oggi quasi si meraviglia come non sia più possibile competere con il gigante cinese. Ed è proprio con queste riforme che la Cina inizia a crescere, qui che la Cina ha raggiunto un valido compromesso per aspirare a diventare la prima potenza mondiale senza lasciarsi completamente infettare dal malato capitalismo occidentale.
Una sorta di “perestrojka” vincente perché oculata. A differenza di quella russa di Michail Gorbaciov.»

L’Europa si è sempre affannata a studiare il fenomeno “democrazia” ed i concetti di “Stato” e “Governo”. Non citando la Grecia antica, penso a Stuart Mill, Machiavelli , Hobbes o ai molti studiosi dei nostri giorni. Teoricamente si è sempre cercato il modo di selezione dei leader politici, concretamente forse non lo si è voluto fare. E’ possibile esportare il modello cinese in Italia?

«La nozione di meritocrazia politica per i livelli più alti è qualcosa che può essere esportato in altri Paesi, anche in Italia. Il momento italiano va contestualizzato. Non credo sia facile parlare di meritocrazia oggi in Italia. Dietro un processo del genere c’è un processo culturale profondissimo.

In Cina questo modello affonda le proprie radici non solo nel maoismo ma anche in riforme di parecchi secoli fa. Epoche nelle quali non vigeva certamente un sistema socialista.»

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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