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Matteo Scalera, matita italiana di Black Science

blacksciencesplashpagePer concludere il ciclo delle interviste all’interno di Etnacomics, facciamo quattro chiacchiere con Matteo Scalera, disegnatore italiano di fama internazionale che ha lavorato per grandi case editrici come Marvel comics e attualmente in forze alla Image comics per la quale disegna “Black Science” sceneggiato dal blasonato scrittore Rick Remender.

I padri della fantascienza hanno sempre dato forme umanoidi o zoomorfe agli alieni nei loro racconti proprio per la difficoltà di realizzare qualcosa che non si è mai visto e da costruire ex novo, quali difficoltà avete incontrato con Remender nel realizzare le forme di vita presenti nel fumetto?

«Beh in realtà la difficoltà non consiste nel disegnare la forma di vita in se, disegno ormai da trent’anni ed è dentro di me, sono abituato a giocare con le forme, se ci pensiamo sono solo forme geometriche che vengono combinate nello spazio in modo da comporre nuove forme, dopo si va ad aggiungere elementi di vario genere che possono essere squame o differenti tipi di pelle, mirato a creare qualcosa di esteticamente accattivante, la difficoltà è piuttosto nel tempo da dedicare alla creazione, lavorando per il fumetto americano devo uscire con un numero di ventiquattro pagine ogni mese e il fumetto in questione parlando di salti dimensionali mi costringe a disegnare nuovi mondi e nuove creature che lo abitano»

Black Science parte in maniera esplosiva, una narrazione scorrevole con un’atmosfera concitata, quanto è complicato aggiungere qualcosa di nuovo ad un argomento molto sfruttato in passato come quello del multiverso?

« Direi che il trucco lo ha svelato The Walking Dead, in quella storia gli zombie sono un pretesto per parlare di altro, qui è lo stesso, la fantascienza è solo un pretesto per raccontare la storia di un padre, ovvero cosa vuol dire essere un genitore quando la tua famiglia e i tuoi affetti entrano in netto contrasto con le tue passioni, in questo caso un’ossessione che il protagonista ha da molti anni, quello che è interessante in questa storia è proprio vedere come abbia trascurato la propria famiglia per dedicarsi completamente al suo ruolo di scienziato, riuscendo ad ottenere risultati mirabolanti, quindi portando a compimento il suo lavoro, ma proprio quando ha raggiunto il suo scopo si rende conto di aver messo in pericolo tutti i suoi affetti comprendendo di fatto che sono quelli a tenerti a galla e non le tue ossessioni.»

Quindi Black Science parla anche di deontologia dello scienziato e di codice morale?

« Certo, fin dove ci si deve spingere si chiede il protagonista? Cerca di darsi una risposta, ovvero se tutto ciò che insegue lo porta a distruggere ciò che ha di più caro e che lo rende un essere umano forse è il caso di porre dei freni al raggiungimento dei propri obiettivi.»

Com’è lavorare con Remender?

«Mi trovo molto bene, abbiamo già lavorato alla Marvel insieme e siamo simili, abbiamo la stessa idea di storytelling, possiamo avere anche idee diverse in casi sporadici, ma nel 99% dei casi io so esattamente a cosa sta pensando in una scena, lui viene dall’animazione quindi è legato ad un tipo di narrazione molto forte molto energetica. Siamo amici anche fuori dall’ambiente lavorativo, conosco la sua famiglia, quindi il nostro è davvero un rapporto di scambio, possiamo confrontarci su tutto senza che nessuno dei due si offenda, un rapporto alla pari, per me è proprio da questo sano botta e risposta che esce fuori la qualità del prodotto»

Cosa ne pensi dell’impatto che la scuola italiana ha nelle grandi case editrici? Se guardo le pubblicazioni odierne vedo tanti nomi italiani sui fumetti più importanti.

«Secondo me sono due gli elementi importanti, il primo è che noi italiani abbiamo una grandissima cultura del fumetto, spaziamo dal fumetto autoriale a quello popolare, leggiamo fumetti che vengono da Giappone e America e questo poi si riflette in quello che facciamo, abbiamo una mentalità molto aperta, abbiamo anche tante scuole che ci permettono di muovere i primi passi in questo mondo e di stimolare la nostra curiosità. Quando in America dico che abbiamo più di dieci scuole non mi credono a momenti, lì ne hanno un numero davvero limitato, saranno al massimo tre quelle con un’impostazione seria, nonostante essi abbiano una grande cultura del fumetto.

Il secondo elemento credo di potermi permettere di dirlo è che noi abbiamo una grande etica del lavoro rispetto ad altri, gli stessi statunitensi molte volte consegnano in ritardo, mentre noi siamo molto legati alle scadenze, anzi quando possiamo consegniamo in anticipo, gli editor ti danno una scadenza che non è quella vera, te l’anticipano di due settimane perché sanno già che ritarderai, proprio perché abituati ad un certo tipo di comportamenti. Noi se è possibile consegniamo anche in anticipo e credo che abbiamo questa rigorosa etica del lavoro proprio perché da italiani orgogliosi di lavorare per case editrici quali Marvel e DC, il nostro entusiasmo viene comunque apprezzato molto.»

Puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

«Mi piacerebbe riprendere una storia scritta e disegnata da me con la BD, un progetto che era stato apprezzato ogni tanto mi cimento anche nella scrittura, i protagonisti questa volta sono i cattivi, i villain, il titolo è Retrievers, una sorta di metafumetto, ogni tot pagine io facevo un intervento all’interno della storia con una didascalia dove parlo del mestiere del fumettista, realizzato anche in modo da aiutare a comprendere meglio la storia, aiutare il lettore. È una miniserie di quattro numeri, ne ho realizzati tre e mi manca l’ultimo. Vorrei iniziare a lavorare parallelamente con diversi scrittori che stimo e ammiro moltissimo, se devo essere sincero però una volta finito Retrievers mi piacerebbe prendermi un anno sabbatico per dipingere, riprendere i colori in mano come quando ero ragazzino, credo di aver bisogno di crescere ulteriormente, rimettermi un attimo in discussione.»

Hai intenzione di fermarti in Sicilia per qualche giorno oltre la fiera?

«L’ho fatto quattro anni fa e ho adorato tutto di questa terra, credo sia anche da ricondurre alle mie origini pugliesi nonostante io sia nato e cresciuto a Parma, ma ho adorato davvero Catania e Taormina.»

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