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Mattarella, l’uomo che ci riportò in guerra

La sua legge elettorale maggioritaria, il mattarellum, conseguenza del referendum plebiscitario che abrogava il sistema proporzionale, ha fatto da linea di demarcazione tra Prima e Seconda Repubblica, aprendo la strada al ventennio dell’«incubo irrazionale» berlusconiano. Oggi, con la sua elezione al Quirinale, Sergio Mattarella è chiamato a chiuderla, la Seconda Repubblica, a pensionarla e a immetterci nella Terza, a battezzarne una nuova; a tracciare un nuovo solco tra un “prima” e un “dopo”, tra l’era di Silvio Berlusconi e quella di Matteo Renzi. Da un incubo all’altro? Vedremo.

Intanto prendiamo atto del capolavoro politico del premier, che, almeno per un giorno, ha compattato il PD sul nome di Mattarella al Quirinale, ha squassato l’NDC di Alfano (portavoce del partito e capogruppo al Senato dimissionari) e ha messo all’angolo Silvio Berlusconi (ed FI, nel segreto dell’urna, s’è sbriciolata), il quale ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e annunciare che, comunque, «sul Nazareno non rompo». Persino Beppe Grillo ha dovuto abbozzare, ospitando nel blog l’intervento dello storico Aldo Giannuli, che ammette: «Mattarella è una persona rispettabilissima e, per certi versi, migliore anche di Prodi».

Di Sergio Mattarella, 73 anni, palermitano, dodicesimo Presidente della Repubblica, ci hanno già raccontato tutto quel che c’era da raccontare: cattolico democratico (moroteo, si sarebbe detto una volta), docente di diritto parlamentare, l’ingresso in politica in seguito all’omicidio del fratello Piersanti, 35 anni fa, delle sue “gesta” da ministro della Difesa nei governi D’Alema e Amato, fino all’elezione a giudice costituzionale. Ci hanno anche raccontato perché non piace al leader di FI: per le sue dimissioni da ministro del sesto governo Andreotti, nel 1990, in seguito alla decisione della sinistra DC di non votare l’oscena legge Mammì (e ritirare i propri ministri dall’esecutivo) che si limitava a “fotografare” lo stato delle cose, lasciando intatto l’incostituzionale impero mediatico del tycoon di Arcore; e per il suo fermo “no” all’entrata dei forzisti nel Partito popolare europeo, definita «un incubo irrazionale».

Ci hanno anche raccontato che fu lui, Sergio Mattarella, ad «abolire» la naja, il servizio di leva obbligatorio previsto dall’articolo 52 della Costituzione, tuttora in vigore, ché la naja, tecnicamente, è stata sospesa non abolita. Ma la sostanza non cambia, ché difficilmente si tornerà indietro e prima o poi quel secondo comma dell’articolo 52 sarà cancellato dalla Carta («Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici»), ché tutti salutarono con soddisfazione quella «abolizione», anzi il centrodestra cercò di intestarsela, anticipando di due anni l’entrata in vigore della legge. Una legge nefasta, ché l’altra faccia della medaglia è l’esercito professionale «necessario» dopo la caduta del Muro di Berlino, lo sgretolamento dell’ex blocco sovietico e il cambio di “ragione sociale” della NATO, da alleanza per difendere i confini e i territori (propri e degli alleati) da aggressioni esterne in alleanza per difendere gli interessi occidentali nel mondo. «Interessi» che il governo D’Alema-Mattarella ci portò a «difendere» in Kosovo, riportandoci in guerra cinquant’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale e dando il via all’epoca delle «guerre umanitarie» e di quelle fatte per «esportare la democrazia» occidentale fra la maggioranza di “incivili” che popola il pianeta. In barba alla prima parte dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Da quel momento, grazie a tanti servizievoli azzeccagarbugli dei signori della guerra, la seconda parte è diventata la regola: «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», anche se non sembra proprio che le ripetute deroghe alla prima parte abbiano sortito l’esito di assicurare «la pace e la giustizia fra le Nazioni». Non pervenuto, il perseguimento degli obiettivi previsto nella terza frase dello stesso articolo 11: «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Insomma, è stato “pensionato” uno dei principi costituzionali.

Ecco, Sergio Mattarella è l’uomo che ci ha proiettati nel mondo contemporaneo, in quel mondo in cui le controversie internazionali si affrontano con le armi e che, dunque, ad esempio, ci impone di comprare 90 caccia F35, al costo di circa 12 miliardi di euro, sottraendoli all’istruzione, alla cultura, alla ricerca, alla salute. Un mondo in cui, per meglio starci, il governo D’Alema-Mattarella arrivò a elevare a forza armata (come Esercito, Marina Militare e Aeronautica militare) il corpo dei Carabinieri, trasformandolo in un unicum planetario che conserva le antiche competenze in materia di sicurezza e ordine pubblico. Roba che manco nel Cile di Pinochet. Dando così il via a una vera e propria mutazione genetica dello stesso modello nazionale di ordine pubblico, ché dai militari riceve “linfa” continuamente, grazie alle “corsie privilegiate” create a beneficio dei militari professionisti per l’arruolamento nei corpi preposti all’ordine e alla sicurezza pubblica. Fra non molti anni, senza che ce ne saremo accorti, a garantire l’ordine pubblico ci sarà una preponderanza di personale addestrato alla guerra.

Ecco. A me Mattarella non piace per tale motivo. Fermo restando che, essendo un Presidente espresso da uno dei peggiori parlamenti della storia repubblicana (fra l’altro eletto con una legge incostituzionale), è quanto di meglio ci potesse capitare, essendo sempre stato “altro” rispetto ai sistemi andreottiano e berlusconiano che hanno avvelenato questo Paese.

Da Presidente, qualora, com’è probabile, vadano in porto la riforma costituzionale del Senato che azzoppa l’architettura istituzionale e l’italicum che consegna il Paese a chi raccoglie più voti nelle urne, si troverà a dovere gestire un inedito rapporto con un premier decisionista e non sarà semplice riuscire ad arginare le inevitabili forzature costituzionali che qualsiasi capo del governo, forte del «consenso popolare», tenterà. E, se devo dirla tutta, dubito che Mattarella sarà il «notaio» di Renzi.

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Redazione

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