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Marcello Mastroianni. Tra fascinazione e talento

“Non capisco perché questi americani devono soffrire così tanto da identificarsi con i loro personaggi. Io recito. E’ molto divertente. Non c’è sofferenza. Per natura l’attore è una sorta di meraviglia che può permettersi di cambiare personalità. Se non sai come fare questo, è meglio cambiare mestiere. Penso che sia ridicolo che per interpretare un tassista o un pugile si devono spendere mesi e mesi per ‘studiare’ la vita dei tassisti e il peso dei combattenti”.
(Marcello Mastroianni riferendosi a Robert De Niro in Toro Scatenato)

Il 19 dicembre 1996 moriva l’immenso Marcello Mastroianni. Attore pluripremiato, bandiera di un boom economico tutto tricolore che oggi è solo uno sfumato amaro ricordo. Forse ultimo esempio di autentico fascino maschile italiano. Un regalo sempreverde ed immeritato ai tanti vitelloni italioti di oggi, a secco in Patria ed in cerca di conquiste per il nord-est Europa.
Non sono mai riuscito e mai riuscirò a capire ciò che le donne cercano in un uomo. Probabilmente non riescono a comprenderlo nemmeno loro. Quasi certamente è proprio l’ignoto ciò che l’uomo e la donna bramano nel prossimo. L’indecifrabile. Un scatola chiusa dalla rassicurante confezione che permetta però di essere idealmente riempita a proprio piacimento. Un oblio in cui perdersi o semplicemente ritrovarsi. Un solo attore (italiano non a caso!) però può magnificamente rappresentare tutto ciò, il prototipo perfetto di “sintomatico mistero”, di fascino universale. Un’icona, un modello , un talento assolutamente irraggiungibile. Un divo che, nonostante non abbia partecipato a film di massa internazionale, ha sempre sovrastato in popolarità certi personaggi americani ed americanizzati, forse più conosciuti e recensiti dagli improvvisati e spocchiosi cinefili di casa nostra.

Questa resta un’umilissima opinione maschile, s’intende. Mastroianni è il metro per giudicare sia la propensione che la sensibilità al fascino. E’ l’incanto del fumo di una sigaretta che si arrampica su di un paio di scurissimi occhiali da sole, è una voce sicura e calda, è la sobria eleganza di chi non ha bisogno di sopperire alla sostanza con la forma più eccentrica, è lo stile di quei pochi uomini che possono permettersi di arrivare direttamente al dunque senza apparire villani o volgari.
Chi non apprezza un tale mostro sacro di stile, credo possa continuare a meritarsi gli odierni tronisti, veline e calciatori imbrillantinati. Chi non ha invidiato Marcello può benissimo mettersi in fila al cinema per il prossimo cinepanettone o in coda per i provini del GF. Mastroianni resta ancora il trionfo schiacciante dell’assenza di vanità superflue. L’indispensabile maschile, il “volto terribilmente ordinario” tanto amato da Fellini.
Ed il fatto che, insieme al fascino sia al giorno d’oggi scaduto anche l’affascinato, è ormai una tragedia arcinota.

Marcello resta certamente un esempio ineguagliabile di fascino innato e disincantato non solo fatto di eleganza estetica ma anche di un fortissimo carisma, palpabile anche al di là dello schermo. Maestro di seduzione, Marcello Mastroianni è sempre stato un Casanova riservato, lontano dai riflettori ma implacabile. Un Don Giovanni mai ritenutosi tale nonostante abbia fatto perder la testa a dive come Silvana Mangano, Dorothy Faye Dunaway e Catherine Deneuve. Un tono di voce malinconico, accattivante e virile ma allo stesso tempo armonioso, accompagnato da un portamento tra il distratto ed il sicuro. Uno sguardo indecifrabile ma magnetico. Un attore libero, quasi anarchico nella sua estrema compostezza. Una tecnica recitativa istintiva (“Non si ricordava mai le battute. Non studiava mai il copioneSophia Loren) ma raffinatissima, una carriera irripetibile, un amore incondizionato per la recitazione che egli stesso definiva : “Un’arte più bella del fare l’amore”.
Un vortice mimico lento e timido ma inesorabilmente proiettato a fa ruotar tutto intorno alla propria figura. Un’epica battaglia tra cruda virilità e sensibilità femminile. Un’illusione tipicamente felliniana. Forse l’attore più involontariamente onirico che il cinema italiano abbia mai avuto. Un attore nato e non diventato. Un attore “intenso ma leggero”, come amava definirlo il regista Ettore Scola. E’ ragionevole credere che raramente un attore sia riuscito a raggiungere l’unicità facendo piegare il personaggio da interpretare al proprio ego. Di “figli” e “prigionieri” del personaggio è pieno il cinema mondiale. Altro che Metodo Stanislavskij holliwoodiano! Marcello, insieme a Gassman, Tognazzi e pochi altri, ha sempre dominato il ruolo, plasmandolo a proprio piacimento.

Probabilmente Mastroianni ha sempre vissuto d’istinto il ruolo senza dover necessariamente recitare. Anche i più miseri profani del cinema d’autore ricordano la scena in cui ulula davanti ad un’irresistibile strip-teases della Loren in “Ieri, oggi, domani” di Vittorio De Sica o il celebre bagno nella Fontana di Trevi con Anita Ekberg in “La Dolce Vita” di Federico Fellini. Se fosse una canzone sarebbe “Via con me” di Paolo Conte o “More” di Balanco, se fosse un’auto sarebbe la Triumph TR3 guidata ne “La Dolce Vita”, se fosse un accessorio sarebbe certamente una sottile cravatta nera, sarebbe il fazzoletto nella giacca indossata in “Una giornata particolare”, il baffetto in “Divorzio all’italiana”, gli occhiali da sole ed il capello biondo in “La decima vittima” di Elio Petri, il capello bianco in “Otto e mezzo”, l’espressione impotente e rassegnate nell’ultima scena de “La Dolce Vita”. Sarebbe un vino rosso pregiatissimo. Se fosse un tessuto sarebbe cashmere. Se fosse una città sarebbe la sua amatissima Parigi. Se fosse una parola sarebbe certamente “fascino”.

Volato via lui e quei pochi divi che potevano tenere il suo passo, il nulla. Un tracollo di stile e cultura che ha investito l’intera Nazione. Un vago ricordo di un sogno forse già morto negli stessi anni 60. Un’età d’oro, quella del “boom”, che continua ancora oggi a dar senso alla musica ed al cinema attuale del Bel Paese. Una rendita infinita sulla quale ormai gran parte del Paese non solo si culla ma ronfa. Assistiamo insomma ad un’escalation imbarazzante, la rottura di una bussola, un tuffo nel vuoto più buio e profondo in cui l’uomo (o pseudo tale) moderno italiano si ritrova a concepire il fascino solo come anonima prestanza muscolare, ostentazione di griffe, status economico e marchi in senso lato. Marcello manca. Forse più a noi uomini.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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