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Un manuale per riconoscere la violenza contro le donne: Maria Concetta Tringali

A metà tra un manuale e un romanzo: parliamo di “Femminicidio e violenza di genere -Appunti per donne che vogliono raccontare” di Maria Concetta Tringali. L’avvocatessa è l’ospite di questa settimana della rubrica “Un caffè con…” di Alfredo Polizzano.

Un libro per riconoscere la violenza

Maria Concetta Tringali, volontaria presso il Centro Antiviolenza Galatea, racconta come questo libro nasca dalla propria personale esperienza. Le toccanti storie con le quali l’avvocatessa, che si occupa prevalentemente di diritto di famiglia, è entrata in contatto sono il collante del romanzo/manuale.

«Il sottotitolo “appunti per donne che vogliono raccontare” è importante. Io in questi appunti voglio raccontare cos’è la violenza, da dove nasce, come si può combattere e soprattutto come si può sconfiggere. Le donne possono vivere una relazione violenta nella propria casa, il posto dove bisognerebbe sentirsi al sicuro, al riparo dal mondo. Devono sapere che ci sono donne con competenze specifiche che possono prenderle per mano ed allontanarle dal maltrattante. Solo così è possibile ricominciare a ricostruirsi una vita normale», spiega la scrittrice.

“Femminicidio”, altra parola chiave del testo, è stato ampiamente criticato. Non poche sono state le polemiche, definendolo un termine coniato dalle femministe, poiché si parla sempre della morte di un essere umano indipendentemente dal sesso.

«La violenza contro le donne non possiamo paragonarla alla violenza contro gli uomini, o ad altri tipi di violenza. È un tema purtroppo a sé -continua l’avvocatessa- che negli ultimi anni ha raggiunto un vasto pubblico perché i numeri sono in crescita.  L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2002 definiva il fenomeno come strutturale e globale. Non è un’emergenza, dunque non è possibile che la si affronti dal punto di vista legislativo come se fosse tale. Dobbiamo affrontarla come un problema strutturale, con una serie di leggi e provvedimenti coerenti tra loro ed adeguati che costituiscono un sistema, una rete».

La parola è un neologismo che nasce in parte negli Stati Uniti negli anni ’90. Il termine non descrive altro che un fatto antico: la morte di una donna appena quest’ultima prende consapevolezza della propria determinazione e della libertà di scelta.

«La parola femminicidio descrive il sesso della vittima e del movente. Non possiamo parlare di una donna uccisa dal partner ogni due giorni», afferma.

Quando è la donna che legittima la violenza

In una società patriarcale, l’educazione di una donna era volta alla sopportazione.  Ed è naturale come atteggiamenti violenti, soprattutto nei paesini dell’entroterra, siano la normalità.

«Il problema alle volte è legato alla dipendenza affettiva. Alcune donne riconoscono nel compagno anche l’autorevolezza di essere violenti ed aggressivi e la categorizzano come normalità. Da noi queste donne vengono dopo anni di sopruso, mai inizialmente, ma quando si rendono conto di un punto di non ritorno. I numeri dei femminicidi recenti, però, hanno contributo a far aprire gli occhi», conclude la volontaria.

 

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