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Perché il modello Macron è una cultura politica, piuttosto che il risultato di un sistema elettorale

Alcuni osservatori siciliani, interessati e assuefatti allo schema classico “destra-sinistra” hanno relegato l’ascesa di Emmanuel Macron ad un fatto francese e per di più al risultato di un sistema elettorale a doppio turno. (…) Per questi solo le contraddizioni interne alla gauche e all’UMP (gli ex gollisti) hanno permesso ad Emmanuel Macron di andare al secondo turno e ricevere larghe convergenze politiche contro il Front National della Le Pen.

Questa conclusione semplicistica trascura non solo il risultato del primo turno, che ha visto comunque primeggiare lo stesso Macron con il 24 per cento di consensi, ma soprattutto la storia del movimento di opinione “En Marche!”.

Emmanuel Macron, giova ricordarlo, cresce nell’ambiente culturale socialista, ma fa la sua prima esperienza da tecnico in politica con il governo di destra di Nicolas Sarkozy nella “Commissione per la liberazione della crescita”, presieduta da Jacques Attali, ex eminenza grigia del socialista Mitterand.

Nicolas Sarkozy, che alle elezioni presidenziali aveva sconfitto la socialista Ségolèn Royal, aveva aperto il governo a esponenti politici di aree estranee al suo partito, sinistra compresa, per inaugurare una stagione di riforme condivise. Forte di questa esperienza trasversale, Emmanuel Macron, costruisce il suo background relazionale: ognuno parte da posizioni culturali diverse, ma tutti devono confrontarsi con la realtà. Come sosteneva il filosofo Max Weber, “non le idee, ma gli interessi materiali e morali governano direttamente i comportamenti degli uomini”.

La chiave interpretativa del pensiero di Macron risiede filosoficamente nel realismo politico di Machiavelli e metodologicamente nel pragmatismo di Ricouer. Da Machiavelli apprende la gestione del potere e da Ricouer la forza dell’azione contro il determinismo sociale. Il Segretario fiorentino è il mentore politico, il filosofo francese invece il suo maestro di vita. La creazione di “En Marche!” parte dalla constatazione che i partiti, oggi, hanno superato le basi ideologiche, ma vivono “su una base di appartenenza” distante dalla realtà.

Ed è proprio la libertà e la forza dell’azione, di ricoueriana memoria, che lo spingono ad affrontare la realtà per cambiarla. Il messaggio di Macron si erige su tre pilastri: libertà, azione, cambiamento. La cornice è il concetto storico di Stato. L’alternativa è l’apertura alla chiusura. La tutela è per gli outsiders al sistema sociale, piuttosto che per gli insiders. Ogni sua azione politica da Ministro dell’Economia è stata diretta a liberare energia sociale e dinamismo. Il suo riformismo è connotato da questa visione politica, un’alleanza fra “merito” e “bisogno”.

Chi, quindi, ignora l’aspetto culturale del fenomeno Macron non può immaginare la forza propulsiva che la società può fare scaturire per il cambiamento. Il rischio in cui si può incorrere è rappresentato eventualmente dalla rigidità politica dei partiti in crisi, perché così nella società sgorgherà solo rabbia contro gli apparati.

E il populismo servirà solo a spazzare via l’ostacolo. I partiti francesi si sono mostrati flessibili e responsabili. In Sicilia il Pd e Fi sono avvisati per non chiudersi nel loro steccato elettorale, anche perché le coalizioni non bastano, sebbene nel centrosinistra si pensi diversamente. Nel caso siciliano la partita si gioca a turno unico. Roberto Lagalla è già in cammino!

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