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“Dieci cose che avevo dimenticato”. Dopo i consigli alle pessime madri, Lucrezia Sarnari racconta la crisi delle trentenni

Stimolare il risvolto che la vita propone, grazie alle scelte di due sorelle.

Poliedrica nei contenuti, ma anche nello stile, con “Dieci cose che avevo dimenticato”, pubblicato per Rizzoli, l’estate appena trascorsa ha stupito i lettori, per quella visione familiare che in tanti vivono ma che non sviluppano sino ad arrivare ad un confine di bellezza (o di dolore?). Lucrezia Sarnari ha scavato nelle scelte e nel vissuto di due sorelle, una nonna, un uomo. Un’intera generazione che porta in giro in un tour dalle trame dell’importanza  psicologica.

 

Lucrezia Sarnari
Lucrezia Sarnari

Un romanzo emotivo, anche troppo. C’è stata volontà di muovere le coscienze così profondamente?

«In realtà nessuna volontà, se non quella di raccontare una storia, quella di Marta e Giò, che è per buona parte mia ma per buona parte anche delle tante donne (e mamme) che negli anni di blogging ho avuto la fortuna di conoscere».

La felicità che traballa, passami il termine, ha una radice personale?

«Sono profondamente convinta che nessuno in realtà sia veramente e perfettamente felice. Siamo tutti, chi più chi meno, alla ricerca di qualcosa. E credo che la felicità stia proprio nel trovare il coraggio che ci vuole per acciuffarlo quel qualcosa. Il tema del libro per me è esattamente questo».

Mi ha impressionato positivamente il rimando alle caratteristiche comportamentali delle due sorelle, protagoniste del tuo ultimo libro. Quasi un voler rimarcare una condizione ontologica esistenziale che, coinvolge, non mi oso dire tutti, ma molti. Questo non è un semplice romanzo, è un trattato per affrontare alcune sfaccettature dell’ente e del suo correlativo daisen heideggeriano?

«Ho scritto di quel che conosco meglio, ovvero la crisi che noi trentenni spesso ci troviamo ad affrontare. Chi professionale, chi affettiva. È l’inizio dell’età adulta, quella dalla quale poi non si scappa più e appena ti affacci la paura può prendere il sopravvento, almeno fin quando non sopraggiunge la consapevolezza: come è successo a Marta e a Giò».

È interessante come si ribaltano i modus vivendi delle due sorelle, nel momento in cui vengono a contatto con l’eredità lasciata loro dalla nonna: c’è psicologia in tutto ciò.

Vuoi lanciare un messaggio di affermazione dell’approfondimento della vita, delle cose, dei pensieri, senza fermarti alla superficialità, ma anche della capacità di adattarsi al cambiamento, che giunta una certa età potrebbe sembrare negativo, quando invece non lo è? 

«Semplicemente credo che quando si torna a casa, o in quel luogo che ci ricorda fortemente l’infanzia, ci troviamo nudi con noi stessi e a quel punto o si afferma il proprio modo di vivere o si ribalta: non ci sono terze vie».

Marco è una meraviglia o un bluff come asserisce la stessa Giò?

«Marco è anche lui un personaggio alla ricerca del suo posto nel mondo. Viene presentato come un uomo risolto ma in realtà, leggendo, scopriamo che non è così perché, come scrivevo sopra, non credo esistano persone completamente risolte».

E Anna… questa amica alla quale lasci parola alla fine del libro, potrebbe essere o divenire la voce narrante in una rappresentazione teatrale del tuo libro?

«Anna è uno dei miei personaggi preferiti. Apparentemente forte e risoluta ma intimamente fragile e bisognosa di amore. Sarebbe bello sapere cosa pensa lei delle sue due amiche».

L’ultima, come sempre, esula un po’ dal contesto, ma poco. Nel ‘Manuale di sopravvivenza per essere madri’ indichi diversi aspetti non indifferenti per affrontare una dinamica situazione che scegliamo d’essere. Il plauso è d’obbligo! Ma sai pure che con ‘Dieci cose che avevo dimenticato’ hai imposto la tua aura filosofica, rendendola fruibile e come mitragliata scuote gli animi?

«Più che altro io ho ributtato sul foglio bianco quello che avevo nello stomaco: non si tratta di filosofia ma di sentire che evidentemente accomuna molti. O almeno credo».

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".
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