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Lorenzo Marone “Bisogna avere il coraggio di essere felici”

Violenza domestica, terza età, rimpianti e una Napoli tranquilla. Sono questi gli ingredienti de La tentazione di essere felici (Longanesi) che sta velocemente scalando le classifiche dei libri più venduti. Cesare Annunziata, il “vecchiaccio” vedovo ed egoista pieno di rimpianti ma che si rimette in gioco, sta già conquistando tutti, registi compresi. Complice il titolo ammaliante e la storia sulle seconde chance ideata da Lorenzo Marone, autore semi-esordiente, come ama definirsi, incontrato alla Feltrinelli di Catania, che già immagina Toni Servillo o Giancarlo Giannini nei panni di Cesare.

Hai abbandonato la carriera d avvocato per fare lo scrittore. Come mai?

«In realtà sono due strade separate. La carriera da avvocato l’ho lasciata già da sette/otto anni, non mi piaceva e a un certo punto ho trovato il coraggio di cambiare strada. La scrittura ha sempre camminato in modo parallelo e adesso posso dedicarle più tempo».

Perché hai scelto di parlare della violenza domestica? Vuole essere un ulteriore campanello d’allarme?

«Volevo trattare un argomento del quale non si parla mai abbastanza, che sconvolge sempre. Non volevo però che fosse il perno del romanzo,  ma a un certo punto ho pensato di inserire questo argomento perché avevo bisogno di un evento importante, “tragico”, che potesse scuotere la vita di Cesare, di questo vecchiaccio. Serviva un evento che costringesse il protagonista chiuso e apparentemente egoista a donarsi di più agli altri, a tendere la mano.Sarà costretto ad aiutare Emma, vittima di violenza domestica».Lorenzo Marone alla Feltrinelli di Catania

Il titolo dunque è anche un incoraggiamento ad essere altruisti?

«Non solo altruisti, ma soprattutto coraggiosi nell’inseguire la propria felicità, cercando di scegliere ogni giorno di essere in contatto con se stessi tornando ad inseguire ciò che ci piace. Perché solo vivendo con passione si può tentare di essere felici. E se noi siamo felici possiamo rendere felici anche gli altri».

Emma è una vittima che subisce ma non ha il coraggio di reagire alla violenza. Perché hai tratteggiato questo personaggio quasi bipolare?

«È un comportamento molto diffuso nelle storie vere. Emma è una donna a cui non è stato insegnato ad amare, che non ha avuto stima e che paradossalmente ha difficoltà a svelare questa cosa. Prova vergogna per se stessa e per il compagno-carnefice. Non c’è un riferimento particolare a un caso di cronaca, è solo il mio modo di trattare questo argomento delicato».

Speri che averne parlato nel tuo romanzo possa aiutare chi si trova in questa situazione?

«Io dico sempre una frase che ripete Cesare “Non ci si salva da soli”. Noi dall’esterno ci giriamo spesso dall’altra parte, facendo finta di non sentire le urla dei vicini. Se avessimo il coraggio di intervenire forse potremmo salvare qualcuno».

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Redazione

Quotidiano on-line siciliano

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