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L’ipotesi del suicidio del copilota alla base del disastro aereo

Ormai sembra del tutto acclarata l’ipotesi che alla base del disastro aereo, che ha fatto precipitare il volo Germanwings, con a bordo 200 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio, vi sia stata un’azione deliberata suicidaria messa in atto dal copilota Andreas Lubitz. Non solo gli investigatori francesi ma tutte le testate giornalistiche si sono scatenate nel cercare di comprendere le motivazioni alla base del gesto folle del pilota.

L’opinione pubblica ha scoperto improvvisamente che gli episodi suicidari alla guida di velivoli, con passeggeri a bordo, per quanto infrequenti, sono stati 16 nell’arco di 60 anni (comprendendo quelli dell’11/9/2001).  L’Aviation safety network ha messo a disposizione il proprio data base dei casi di disastri aerei collegati a suicidi di piloti o di passeggeri.

In questo data base, però, sono esclusi quegli incidenti che non hanno coinvolto passeggeri, così come è successo a Milano il 18/4/2002, in cui un piccolo aereo da turismo è stato scaraventato contro il 26° piano del grattacielo Pirelli, causando la morte oltre che del pilota suicida, anche di due dipendenti della Regione Lombardia. Pertanto, azioni suicidarie da parte di piloti di aeromobili, che coinvolgono i passeggeri e le sedi d’impatto, ci sono state e ce ne saranno in futuro.

Ce ne saranno, anche a dispetto di tutte le prove di abilitazione psicoattitudinale che le compagnie aeree effettuano siano all’atto dell’assunzione che durante l’attività di servizio del pilota stesso. Questa consapevolezza angoscia molto l’opinione pubblica, che scopre improvvisamente che il mezzo più sicuro, in termine di incidenza di guasti tecnici, può essere fatalmente vulnerabile per il fattore umano dipendente dalla condizione di grave alterazione psicologica di un pilota.

Ritengo che, al momento, questo sia l’elemento su cui si debba focalizzare la maggior attenzione degli analisti. Dal 2001, vista l’enfasi data alla necessità di incrementare gli apparati di sicurezza, pensavamo che i controlli dell’equipe di selezionatori e di psicologi fosse adeguata per prevenire e scongiurare simili evenienze nei piloti d’aereo. Invece, così non è. In questa sede, non voglio entrare nel dibattito di come un pilota in condizioni di grave depressione, possa mettere in atto meccanismi suicidari che finiscano per coinvolgere centinaia di passeggeri inermi e anonimi per il suicida stesso.

Sarebbe facile far notare come, sul piano epidemiologico, il tasso di mortalità per suicidio oltre che alla Depressione Maggiore, è legata all’insorgenza di un Disturbo Bipolare, alla Schizofrenia o a un disturbo Schizoaffettivo. Patologie queste, in genere, a lenta evoluzione ed esordio, per cui facilmente individuabili e trattabili. Peraltro, nei maschi l’incidenza dei decessi per suicidio si aggira intorno allo 0,00006% della popolazione generale e che di questi, circa il 60% ha una storia di episodi di parasuicidi e di tentativi ripetuti pregressamente.

Tutto questo fa comprendere come sono molteplici gli aspetti, le variabili e i fattori che potrebbero essere considerati per prevenire un comportamento suicidario, anche nei piloti d’aereo. Ora nel caso dei piloti d’aereo, le condizioni mentali, che finiscono per produrre un suicidio, possono e devono essere individuate per tempo per un’adeguata prevenzione degli eventuali fattori di rischio. Ed ecco il vero problema.

Nonostante dal settembre 2001, sia apparso del tutto evidente come un aeromobile possa essere utilizzato come un’efficace arma terroristica per destabilizzare un’intera nazione, con effetti non solo sul piano psicologico ma anche sui mercati finanziari, le selezioni dei piloti d’aereo e le visite di routine psicoattitudinali vengono delegate alle Compagnie Aeree datori di lavoro ovvero, nel migliore dei casi, ad Enti che rilasciano l’idoneità all’esercizio della professione attraverso delle visite medico legali.
Io sostengo che, proprio perchè l’insorgenza di una patologia mentale in un pilota lo predispone a rischi suicidari ovvero ad essere facilmente cooptabile da cellule eversive per finalità terroristiche con conseguenze disastrose sul piano sociale, i controlli preventivi sulla condizione dei piloti stessi dovrebbeo essere eseguiti da apparati facenti capo ai Servizi di Sicurezza Nazionali (con coordinamento Sovranazionale nel caso degli Stati Europei), i quali potrebbero dover eseguire attività di intelligence sulla vita privata e sociale degli stessi.

Solo in questo caso possono essere strutturati dei protocolli di analisi e di intervento che possano ridurre effettivamente a zero la possibilità di concretizzazione simili eventi suicidari. I più, che leggeranno questo mio intervento, potrebbero legittimamente obiettare che sto proponendo di eliminare ad una categoria professionale il legittimo diritto alla privacy di semplici cittadini.
E’ questo il punto. I piloti d’aereo non possono essere considerati dei semplici cittadini e dei semplici prestatori di lavoro civile. Questo lo sanno perfettamente gli addetti militari alla conduzione di aerei di caccia supersonici che sono sottoposti a continui e rigidi controlli, finanche nella vita privata.

E alle persone che vorrebbero obiettare che la mia proposta, in fin dei conti, non trova altro rimedio ai rischi di insorgenza di infermità psichiche nei piloti, se non aumentando lo stato di Polizia, con atti che prevaricano la libertà e la dignità degli individui (nel caso di specie, la privacy dei piloti d’aereo), faccio notare solo questo: attualmente sui cieli europei, nelle rotte internazionali provenienti dai paesi Arabi e dell’Est, vi sono in servizio sicuramente piloti d’aereo di fede islamica, i quali saranno pure i più rispettosi della dignità umana rispetto ad altri colleghi di altre confessioni religiose, ma non sapremo mai, se nel corso del tempo (anche per problematiche psichiche), questi stessi piloti potrebbero aderire ad un jiadismo (più o meno terroristico) se non proprio attraverso un’attività di intelligence.

E’ evidente, quindi, per gli effetti che determinano i disastri aerei nell’opinione pubblica, la condizione di salute mentale e la vita privata dei piloti d’aereo, è questione di sicurezza nazionale e sovranazionale. Ed è per questo che, con apposita legislazione (attualmente inesistente) dovrebbero essere delegati ad occuparsene i Servizi di Sicurezza con un coordinamento in sede europeo (così come evidenziato nell’articolo di ieri).

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Bruno Calabrese

Psicologo clinico, Psicodiagnosta, Criminologo Esperto nella Valutazione Psicologica Perito, Consulente Tecnico Civile e Penale in Psicologia Forense già Giudice Onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma e presso il Tribunale per i Minorenni di Roma

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