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Linguaggio sporcaccione. La potenza del dirty talking nelle relazioni amorose

È la complicità che rompe ogni barriera

Puoi insultare Cortana e Siri o chi vuoi tu, ma nell’intimità ti risponderanno sensualmente. Nell’avvinghiarsi dell’amplesso ad alcuni dei miei lettori sarà capitato di sentirsi dire: “Chiamami sultana” o “mi hanno selezionato dall’incremento ippico”. Per non tutti il dirty talking (letteralmente il “parlare sporco”) è spiacevole. Anzi!

Gli organi di senso coinvolti nelle relazioni amorose sono differenti.

Se è vero che la vista è l’organo di senso preferito dagli uomini (assieme all’appendice di Marte) e l’orecchio dalle donne (assieme al delta di Venere), è altrettanto vero che entrambi non disdegnano parlare spinto e ascoltare sotto le lenzuola.

Pare che il dirty talking sia una tecnica amorosa infallibile, utilizzata persino da Cleopatra con Cesare e Marco Antonio e persino alla suprema scelta dell’aspide potremmo dare un significato simbolico.

Il dirty talking non è certo una robetta semplice, ma, come tutte le arti, richiede sforzo e preparazione, pare che sia un’abilità addirittura simile a quella di flirtare o parlare in pubblico.

E, come tutte le arti, non è per tutti.

Ecco un esempio lampante in letteratura: in “Memoria delle mie puttane tristi” Garcia Marquez scriveva:

Non morire senza aver provato la meraviglia di scopare con amore”.

Mi preme far notare ai lettori che lo scrittore non usa il termine “accoppiarsi” o “copulare”.

Quindi al momento giusto “talk dirty to me”.

 

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