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“Lavoro in un call center” Il nuovo video del cantautore catanese Paolo Antonio.

Paolo Antonio“Lavoro in un call center”, il nuovo brano del cantautore Paolo Antonio, impegnato in diverse cause sociali, può sembrare la classica denuncia contro il sistema. Ma a giudicare dal video, alla cui sceneggiatura ha pensato l’autore stesso, c’è qualcosa di molto più profondo, raccontato anche attraverso il video con «ironia di sopravvivenza» come la definisce lui stesso.
«Una figura, quella di Gesù, che mi ha permesso di raccontare una storia di tutti i giorni, intrisa di problemi talmente quotidiani che vengono dimenticati. Fra le varie esperienze ho fatto anche questa del call center. Al posto del militare mi è toccato lavorare in un call center, come tanti altri. Un’esperienza che ci ha forgiato e ci ha reso più forti» racconta il cantautore.
L’idea del rendere protagonista il Gesù “leader” della povera gente nasce proprio dal dire comune “povero cristo”. E proprio ai poveri cristi, ai giovani e agli sfruttati, è dedicato il brano. Ascoltando e osservando il video si rintraccia una vera e propria metafora religiosa del precariato. Il povero cristo è il giovane (plurilaureato e magari con tantissime competenze e qualità) il cui calvario è costituito dal recarsi ogni giorno a lavoro per trecento euro al mese.
La moderna corona di spine è l’auricolare indossata per “disturbare” gli utenti a casa e rappresenta l’umiliazione che si concretizza nei vari telefoni sbattuti in faccia, commenti indisponenti, e insulti. «È una flagellazione quotidiana. Un misto di umiliazione e frustrazione per il talento non riconosciuto-spiega Paolo Antonio- non a caso la laurea in Biologia (scelta simbolicamente in quanto scienza della vita) è appesa in bagno nel video, a volere rappresentare il niente»
C’è la passione: Gesù flagellato dal direttore. Per il povero cristo la sua più grande sofferenza è la scadenza del contratto, che rappresenta la crocifissione. «Dal primo giorno fino alla fine vivi con questo senso di frustrazione- spiega Paolo che nei call center ha lavorato – senza sapere se te lo rinnovano, vuol dire lavorare senza poter fare progetti. La fine è segnata da una croce alla voce contratto scaduto»

“Oggi ci sono, domani scompaio nel niente. Lavoro in un call center” canta Paolo.

Altro tema è la crisi, familiare e di progettualità. Questa è dovuta proprio al precariato al quale si pensa, con rassegnazione, probabilmente anche durante gli studi secondo Paolo. «Chi è nato negli anni 80/90 non si è salvato da questa precarietà che ti impedisce di fare progetti di vita ed essere felice, nonostante ci siano sentimenti ancora sinceri. Non è un caso che nel video è stato fortemente voluta la famiglia arcobaleno ,in metropolitana. Due donne e un bambino. E Gesù è tutt’altro che disgustato. Lui vede in loro speranza, la famiglia felice. La crisi della famiglia non è legata ai matrimoni gay ma al precariato. Corrono mille leggende sulla crisi della famiglia senza andare, invece, a fondo nella questione».
Il messaggio che si vuol trasmettere è dare forza a tutti coloro che sono sfruttati « Molto spesso scendiamo a compromessi, mettiamo da parte le nostre ambizioni, ma c’è un momento in cui bisogna rialzarsi da questo torpore. Bisogna sforzarsi di rifiutare proposte indecenti».

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Paolo Antonio racconta  anche dei commenti ricevuti sui social network, sulla sua pagina e su youtube, da chi ha raccontato la propria storia in privato, a chi ha considerato il brano un gesto blasfemo. Ma è un brano di grande empatia «Può essere capito appieno solo da chi ha lavorato in un call center a 300 euro al mese. È un abbraccio a chi lavora in un call center e non un atto di accusa, tanto meno un insulto».

In giro per le strade, conclude il giovane cantautore:«Le persone apprezzano il fatto che racconto storie tristi ma riesco a strappare un sorriso, non voglio essere educatore ma voglio scrivere di vicende umane che mi toccano da vicino, da italiano. Storie viste attraverso i miei occhiali bianchi».

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