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Antimafia che uccide: la “Lara srl” verso il fallimento

Catania – Un “buco nell’acqua”: questo, in sostanza, l’esito dello sciopero, stamane, sotto la Prefettura di Catania, dei lavoratori della “Lara srll’azienda confiscata alla mafia la cui quota del 50 per cento è stata restituita al figlio del proprietario provvedimento del Tribunale di Catania. La “Lara srl” è l’emblema di come lo Stato possa mettere ko un’azienda e i suoi dipendenti, “colpevoli” di essere passati da un provvedimento antimafia (dell’ex titolare, che ha patteggiato ed è andato all’estero a rifarsi una vita).

Invece, la vita per i lavoratori della “Lara srl” è sempre più amara: l’azienda ha perso progressivamente occasioni di lavoro, ha visto ridursi le maestranze, sfiduciate anche per le condotte statali, come nel caso dell’Agenzia dei Beni Confiscati. A questo si aggiungono crediti non pagati, con un elenco di soggetti evocato anche oggi.

Prospettive? Poche o nulle, il fallimento è dietro l’angolo. Il tutto mentre la “Catania bene” sa, guarda e resta, come suo costume “migliore”, indifferente. Del resto, le aziende confiscate alla mafia devono andare al macello, no? Lo dicono le statistiche, i numeri che quando arriva lo Stato per queste imprese è la fine: da questo punto di vista, anche per la “Lara srl” è un “film già visto”

Oggi, con i lavoratori c’erano due sindacati: la Confali e la Cgil. Parte dei lavoratori è molto critica sull’operato del secondo sindacato, troppo spesso –a dire di taluni- parolaio e nulla più.

Oggi, una delegazione dei lavoratori è stata ricevuta da un delegato del Prefetto Maria Guia Federico, che ha preso nota di uno dei problemi al centro della protesta: i mancati pagamenti di crediti.

I lavoratori non percepiscono stipendi dal mese di febbraio, anche a causa di alcune fatture mai pagate da aziende private e pubbliche, come la Coop San Marco, Comune di Noto, Esse I, Lotos, Comune di Niscemi, la Procura di Catania, per conto della quale alla Lara sono stati attribuiti lavori di demolizione di edifici abusivi con annessi oneri economici ma senza ricevere in tempi ragionevoli il giusto corrispettivo, a causa di complicanze burocratiche.

In conclusione: si vedrà se questi soggetti pagheranno, mentre il 23 è prevista assemblea dei soci. Alle viste anche le dimissioni dell’amministratore il dott. Angelo Bonomo. E tanto perché le cose vanno in un certo modo, manca all’appello l’approvazione di tre bilanci. Ma per fortuna, i bravi borghesi, quelli dell’antimafia in giacca e cravatta, che magari si apprestano a ricordare Giovanni Falcone, sono forse soddisfatti: un’altra azienda “brutta, sporca e cattiva” al macero. Loro, forse, ci speravano?

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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