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L’affidamento familiare: quando, come e perché

Il diritto del minore ad una famiglia ed il ruolo degli affidatari

È difficile accettare che lo Stato possa essere legittimato ad “infrangere” la sacralità di un nucleo familiare. È difficile pensare che possa addirittura essere consentito e giustificato l’allontanamento dei bambini dai propri genitori.

Ma se solo per un attimo si invertissero i ruoli? Se ci venisse chiesto se riteniamo giusto far crescere un bambino in un ambiente non sano, non adeguato o, come lo definisce il legislatore, “non idoneo” per un sano sviluppo? Sono certa che ognuno di noi si sentirebbe obbligato moralmente a rispondere di no.

Si tratta di un argomento delicato, per tante famiglie oltremodo doloroso, e si cercherà di affrontarlo con l’attenzione che richiede. E questo è dovuto. Perché un intervento errato, una valutazione superficiale, la mancata attuazione di interventi di sostegno, rischiano di concretizzare una pericolosa distorsione. Rischiano di trasformare una necessaria tutela in abuso.

Il diritto del minore ad una famiglia

La legge 184/83 reca disposizioni a tutela del “diritto del minore ad una famiglia” ed all’art. 1 sancisce che “il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”.

Proprio per garantire al minore di rimanere nel proprio nucleo familiare lo Stato (tramite i servizi territoriali competenti) è tenuto ad attivare “interventi di sostegno ed aiuto”, spesso purtroppo inesistenti o insufficienti.

È ovvio che anche in questa fase risulta indispensabile la collaborazione dell’intero nucleo familiare con i servizi sociali. È fondamentale la piena coscienza della difficoltà o del disagio (seppur temporaneo) vissuto dal minore, spesso legato ad una condizione di indigenza dei genitori.

Quando il sotegno non basta ovvero la famiglia si mostra incapace a provvedere alla crescita ed all’educazione del minore, lo Stato si trova costretto ad intervenire.

Nei casi di “inidoneità temporanea” verrà disposto l’affidamento del minore (familiare o eterofamiliare) mentre, se accertato il c.d. stato d’abbandono, ne verrà dichiarata l’adottabilità.

L’adozione, come intervento “definitivo”, merita di essere approfondita singolarmente più avanti, per tutte le immense difficoltà che quel percorso comporta. Perché essere genitori di un figlio non partorito è un’impresa grandiosa e complessa. Un viaggio delicato, volontario e pienamente cosciente.

Come altrettanto delicato e grandioso è il ruolo delle famiglie affidatarie. Spesso determinanti sia per il successivo reinserimento del minore nella famiglia d’origine che per il buon esito di un’adozione.

L’affidamento familiare

“Il minore temporaneamente privo di ambiente familiare idoneo” verrà pertanto affidato ad una famiglia (preferibilmente con figli minori) o ad una persona singola. Basta che si tratti di soggetti in grado di assicurare al minore mantenimento, educazione, istruzione ed affetto.

Ove tale soluzione non sia percorribile, il minore potrà essere affidato ad una comunità di tipo familiare o ad un istituto di assistenza.

Il ruolo dell’affidatario, nel processo di tutela dei diritti del minore, riveste un’importanza fondamentale se si pensa alle responsabilità che vengono assunte. Ogni famiglia, coppia o singolo che sia disposto ad assicurare un supporto emotivo, materiale, educativo ed affettivo potrà dichiararsi disponibile ad accogliere uno o più minori in difficoltà.

Si tratta di una scelta impegnativa che comporta un “dare” incondizionato, nella consapevolezza (per lo meno auspicabile) di non dover mai sostituirsi nè al nucleo familiare d’origine nè tantomeno agli eventuali genitori adottivi.

Purtroppo in molti casi i minori rimangono in affidamento per tempi lunghissimi, creando profondi legami con le famiglie affidatarie e svuotando l’istituto del carattere di “temporaneità” previsto dalla legge.

Non è difficile comprendere come diventi complicato il reinserimento nelle famiglie d’origine (nei rari casi in cui si riesce a sanare il disagio) e come risulti ancora più complesso il buon esito di un successivo percorso di adozione.

Senza poi parlare delle conseguenze sulla stabilità emotiva ed affettiva dei minori.

La legge di riforma n. 173/15: il diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare

Per ovviare a queste problematiche, il legislatore ha deciso di intervenire modificando alcune delle disposizioni della L.184/83 proprio per garantire al minore la “continuità” dei legami affettivi instaurati con gli affidatari.

Le disposizioni della riforma prevedono la possibilità, per le famiglie affidatarie che possiedono i requisiti richiesti per l’adozione, di chiedere il minore in adozione. Si tutelano, inoltre, i rapporti con la famiglia affidataria anche quando il minore faccia rientro nella famiglia d’origine ovvero venga adottato. Si rafforza, anche all’interno del procedimento che interessa il minore, il ruolo della famiglia affidataria.

Se da un lato, senza dubbio, la riforma costituisce il consacramento del ruolo dell’affidatario (e con esso l’importanza della c.d. “Continuità affettiva”), dall’altro rischia di mutare profondamente le caratteristiche dell’istituto dell’affidamento, divenendo a volte “corsia preferenziale” per l’adozione.

La chiave di lettura, come sempre, è il preminente interesse del minore

Così dovrebbe essere, però, anche quando l’invadenza degli affidatari e le disfunzioni del sistema portano al fallimento di un percorso d’adozione, privando il minore stesso del proprio diritto ad una famiglia. E questo potrebbe essere evitato con una concreta, corretta ed approfondita formazione delle famiglie e dei singoli che scelgono questo percorso.

I minori sono “figli” dell’intera comunità, sono una nostra responsabilità.

Amare un bambino incondizionatamente non è difficile. Altra cosa è prepararsi al distacco ed essere capaci di costituire per il minore un compagno di viaggio, non la meta da raggiungere.

Grande lavoro, quello degli affidatari.

Immenso, importante, delicato. Ma, più di ogni altra cosa, doverosamente e gratuitamente cosciente, spoglio di qualsiasi aspirazione narcisistica.

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Laura Cucuzza

Siciliana di nascita e per inclinazione, laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Catania, Laura Cucuzza è avvocato specializzato in diritto di famiglia e previdenza sociale. Ha conseguito un master in diritto di famiglia e mediazione familiare presso l’Università di Messina ed è stata tutore di minori stranieri non accompagnati. In ogni questione da esaminare, difende con ogni strumento a sua disposizione l’interesse del minore, come soggetto attivo di diritti, titolare di necessità e destinatario di amore.

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