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La Straniera Inaugura la stagione lirica al Bellini

Uno spettacolo decisamente fuori dal comune quello messo in scena per l’inaugurazione della stagione lirica al Teatro Massimo Bellini di Catania, sotto ogni punto di vista. Dall’importanza dell’evento in se (l’apertura di stagione è sempre uno degli eventi mondani più importanti per una città) in cui ci si confonde in platea tra autorità, pubblico blasonato e livree eccentriche, alla regia di Andrea Cigni, al cast modificato parzialmente quasi all’ultimo momento, all’allerta meteo incombente ogni cosa, varcando la soglia del teatro dell’opera sembrava assolutamente fuori dal comune e ogni elemento presagio di un grande spettacolo tutto da gustare senza tralasciare gli ovvi grandi interrogativi che ci si porta via alla fine. Ma procediamo con ordine. libretto

La Straniera, opera in due atti di Felice Romani musicata da Vincenzo Bellini è l’opera che, dopo il successo scaligero de Il Pirata, consacrò il celebre compositore catanese alle glorie del pantheon compositivo italiano proprio dopo la sua prima esecuzione alla Scala e viene messa in scena nel 2017 in prima mondiale nella sua edizione critica proprio nel teatro che oggi porta il suo nome. Una occasione imperdibile per il pubblico di assaporare tutto il patos drammatico che solo un siciliano, parafrasando un’affermazione del soprano Daniela Schillaci, può comprendere a fondo. Non è un caso che tale innovazione nel teatro lirico italiano ottocentesco sia scaturita dalla penna di un compositore nato alle pendici dell’Etna e formatosi sotto al Vesuvio.

La regia, curata dal sempre apprezzato Andrea Cigni, il quale ha il merito di portare nelle sue opere quell’innovazione scenica immaginifica d’effetto tipica dei grandi europei senza però risultare troppo discosto dalle esigenze del libretto, per la sua Straniera è stato capace di trasformare il palco in un lago. Un perfetto esempio di cosa significhi spingere l’immaginazione oltre i limiti attraverso effetti visivi e un sapiente uso della macchina scenica puntando più alla meraviglia dello spettacolo che alla funzionalità drammaturgica. L’opera è ambientata intorno al 1300 nel castello di Mondolino in riva ad un lago che è protagonista inconsapevole dell’intera vicenda: sul lago naviga Aleide, “la straniera”, figura arcana e misteriosa agli occhi degli abitanti del villaggio che nel lago vogano e di questo vivono; nel lago precipita Valdeburgo, il fratello di questa colpito quasi mortalmente da dal giovane Arturo innamorato di Alaide e tra i giunchi del lago si aggira sconfortata Isoletta, promessa sposa di Arturo presaga del mancato amore del suo sposo. Dunque perché non far recitare i cantanti letteralmente dentro l’acqua? max_lir_141la_stranieraLa risposta deve essere setata “perché no?”. Lo spettatore così ha visto trasformare il teatro in una caverna grazie ai riflessi dell’acqua alle pareti ma che allo stesso tempo ha, forse, reso difficili i movimenti di alcuni personaggi costretti a trascinare, i lunghi abiti inzuppati. Perfino instituire un processo in cui giudice, giuria, imputato e testimoni cantano con l’acqua alle caviglie, tra sbuffi e sciabordio dato dai loro passi lascia sbigottiti se non ci si abbandona all’idea che tutto in teatro deve essere finzione e principalmente disposto a creare nella mente dello spettatore una stanza immaginaria, come un sogno, in cui nulla ha senso se non il senso stesso della narrazione. Si crea così una visione minimalista in cui sedie di metallo, accuratamente disposte, formano una croce confusa tra le onde che si riflette in un enorme specchio calato dal soffitto. Tanto basta a creare l’illusione del sagrato di una chiesa in cui si consuma la tragedia romantica. L’acqua quindi più che il lago diventa l’ossessione del regista il che deve aver creato non pochi problemi agli interpreti ma il cui effetto sul pubblico è di sicuro impatto.

Non è stato possibile, purtroppo, godere della comprovata voce belliniana del soprano Daniela Schillaci, attesissima dai suoi ammiratori nel ruolo di Alaide. Sostituita dal soprano del secondo cast Francesca Tiburzi la quale, con voce forse troppo “scura”, ha saputo sostenere il ruolo dignitosamente. Anche il personaggio di Isoletta è stata sostituita, sulla scena da una attrice “muta”, elemento che ha fatto crollare la perfezione drammatica degli splendidi duetti belliniani a cui, però, è stata prestata una godibilissima voce da mezosoprano proveniente dalla buca dell’orchestra della Sonia Fortunato; ma ubi maior minor cessat. Applausi meritatissimi per quest’ultima.

Ha dato ottima prova di se il tenore Emanuele D’Aguanno, capace di interpretare il giovane Arturo in maniera molto convincente. Valdeburgo, interpretato da Enrico Marucci, dalla vocalità gradevole ed affermata è stato capace di ricordare il caro buon vecchio teatro d’opera e il piacere di assistervi.

Sempre più sicuri muove i suoi passi sul palcoscenico Riccardo Palazzo nel ruolo di Osburgo, personaggio ambiguo, sicuramente scomodo anche per la lettura che deve darne chi lo interpreta. Una bella sfida lanciata ad un giovane tenore e il Palazzo non è tipo da rinunciare alle sfide che possono mettere in luce le sue qualità.

Perfettamente calati nei loro personaggi Alessandro Vargetto e Maurizion Muscolino, rispettivamente Il Signore di Montolino e Il Priore delgi Spedalieri; dotato di voce profonda e drammatica il primo accentuata da movimenti quasi solenni sulla scena e di intensità vocale, per quello che gli consente il ruolo, il secondo.

Precisa ma senza particolari slanci di entusiasmo la direzione di Sebastiano Rolli, forse per via delle poche prove, d’altra parte poter contare sulla bravura di una orchestra encomiabile e di un coro che riesce sempre ad essere incredibilmente preparato anche nelle situazioni più avverse fa si che il Teatro sia sempre all’altezza di goni aspettativa.

Insomma, nonostante la cultura in Italia soffre di enormi lacune, è possibile affermare che Catania riserva sempre sorprese che quantomeno valgono la pena di essere vissute.

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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