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“La storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia” Spatola racconta gli orrori del Covid

La storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia” è il titolo del libro di Giuseppe Spatola, che tratta, in chiave giornalistica ma soprattutto umana, il tragico periodo, dettato dall’emergenza epidemiologica Covid-19, che ha falciato numerosi cittadini italiani tra marzo e maggio 2020. Il giornalista, quindi, in una lucida analisi dei momenti di down che ha vissuto lo stato italiano pone l’accento sui 2 epicentri lombardi dilaniati dalla propagazione a macchia d’olio del virus. Parliamo di Bergamo e Brescia.

Due città in contrapposizione tra di loro, da secoli. Aleggiava, infatti, tra i due centri lombardi una rivalità che affonda le radici in epoca alto-medievale ma percepibile ancora oggi, ad esempio, nei derby calcistici Atalanta-Brescia. Le due “rivali” però, hanno dovuto affrontare un nemico comune e spietato, incontrollabile. È così che coalizzatesi insieme, nella cattiva sorte, hanno saputo resistere e incassare il duro colpo delle decine di migliaia di morti, in entrambe le città. «Ci siamo trovati nell’occhio del ciclone, da un giorno all’altro. Fin quando sentivamo dai giornali che il virus stava dilagando a Wuhan e in altre parti del mondo, ci sembrava distante dalla nostra realtà. Ma quando ce lo siamo trovati dentro casa, abbiamo realmente toccato con mano il dolore della perdita» commenta Spatola.

Catania è stata l’ultima delle 3 tappe siciliane di presentazione del libro del giornalista. Nel capoluogo etneo,  il Museo civico del Castello Ursino di Catania ospita l’evento che rientra nelle attività del “Catania Summer Fest” iniziativa, gravida di eventi, nella settimana post ferragosto, promossa dal comune di Catania. Presenti alla presentazione anche il Direttore dell’Asp di Catania, Maurizio Lanza, che ha accompagnato il giornalista sul palco. Seduti in platea, invece, numerosi medici e personale sanitario tra cui molti chirurghi di chirurgia generale.

Spatola, giornalista di origini siciliane, ha lavorato per il “Corriere della Sera” ma anche per il quotidiano “Bresciaoggi” oltre che direttore di “Telepaviaweb.tv”. Consigliere regionale dell’ordine dei giornalisti, a livello politico, inoltre, ha ricoperto la carica di consigliere della “Lombardia”, invece, a livello letterario è stato già autore di diversi libri. Nel 2014, infatti, scrive un libro storico sugli Spedali civili, nel 2018 un manuale sulle Fake News, mentre nel 2016 ottiene anche il premio cronista dell’anno. Dal 2013. inoltre, dirige il settimanale “Il Punto di Pavia” e collabora da 5 anni con Libero e Agi per fatti di cronaca in tutta la Lombardia.

 

«Abbiamo sentito parlare di “miracolo” quando a Wuhan in soli 12 giorni è stato allestito un ospedale, ma a Bergamo abbiamo fatto la stessa cosa, in ben 8 giorni»

La struttura del libro è densa di stilemi tipici della professione di Spatola, quindi, in tecnica cronista, abbondano esempi di personalità attive, durante i mesi di fuoco dell’avanzata del Covid. È così che Spatola riferisce del padre missionario, Flavio Piccolin, di origini comasche, attivo a Santa Luzia (Brasile), dove ha la parrocchia, nel quartiere di Jurunas. Piccolin, infatti, ha aiutato costantemente gli abitanti di Bèlem, non essendo, inoltre, d’accordo sulla riapertura della attività commerciali. Tuttavia, analizzando la gravissima situazione sanitaria in atto, si è messo in prima linea, a disposizione dei malati che non potevano permettersi cure medice adeguate.

«Dopo le immagini, divenute virali, della sfilata di camion militari con le vittime del Covid-19 l’Italia si è finalmente svegliata e ha compreso la catastrofe in corso»

Spatola, riferisce, inoltre, della straziante foto scattata a Bergamo, nella notte tra il 18 e il 19 marzo, che ritrae la sfilata di camion militari impegnati nel trasporto delle salme dei caduti di Coronavirus, dal cimitero maggiore, saturo, verso i crematori di altre Regioni. Il giornalista fa il nome di Tomaso Chessa, militare sardo, alla guida di uno dei mezzi dell’esercito, dei veri e propri carri funebri, come in una guerra. Chessa, in quei giorni, luttuosi, esprime tutto il cordoglio e anche l’incapacità di pensare lucidamente in quella situazione, in un messaggio carico di emotività, sulla piattaforma Facebook.

La testimonianza di Chessa

Essere alla guida di un camion, una giornata qualunque dove il pensiero ti porta oltre la tua quotidianità. Tu guidi, scambi due chiacchiere con il collega alla parte opposta della cabina, ma quando per forza di cose, per un istante il silenzio rompe la tua routine, il tuo pensiero si posa su di loro, realizzi che dentro quel camion non siamo in due, ma in sette…. cinque dei quali affrontano il loro ultimo viaggio… e sì…. l’ultimo…. ti rendi conto di essere la persona sbagliata, o meglio, qualcuno doveva essere al posto tuo ma purtroppo non può… tocca a te…. ed è li che senti addosso quella grande responsabilità, qualcosa che ti preme dentro, ogni buca, ogni avvallamento sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti.”

Rilevanti anche gli interventi di Lanza, a proposito della mancanza di organizzazione nelle strutture ospedaliere sia pubbliche che private, davanti al Coronavirus. «In pochissimo tempo abbiamo dovuto affrontare questa situazione in totale mancanza di linee guida o punti di riferimento» «Nessuno-continua il direttore dell’Asp di Catania- ci ha detto come prepararci o coordinare certe attività. Ci siamo orientati nel buio, facendo del nostro meglio per aiutare tutti».

Inoltre, Lanza, si sofferma molto sul sistema ospedaliero veneto «il migliore in Italia, secondo me», infatti, il sistema socio sanitario regionale veneto ha struttura capillare e segue principi base validi per tutte le strutture. Sul modello veneto, quindi, Lanza, lancia un appello volto al miglioramento delle strutture ospedaliere siciliane a cui però prescindere un’orientamento unico di carattere nazionale, valido in ogni regione. 

Le terapie intensive siciliane, infatti, hanno aiutato molti siciliani ma non hanno potuto salvare tutti. “Rimangono vuoti incolmabili per le persone che non ci sono più”. «Un fatto che mi ha molto suggestionato- commenta Spatola- è stato il suono delle campane, una volta al giorno. Infatti, si pensava di farle suonare ogni volta che una persona veniva a mancare. Ma considerando che la media di decessi era di uno ogni 30 minuti, le campane avrebbero dovuto suonare ogni mezz’ora. Quindi, tutto il giorno»

Una triste realtà, quella raccontata da Spatola, ma le difficoltà hanno anche accresciuto il valore nazionale degli italiani, in questi mesi, chiamati in causa per il bene reciproco. La bandiera italiana proiettata in tutte le città e presente in molti balconi, infatti, è stata un chiaro segnale di vicinanza e unità, recidendo rancori cittadini, regionali, politici e sociali, come Bergamo e Brescia.  

G.G.

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Redazione

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