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La sfida di Totò ai caporali: “Non state sereni, vi batteremo”

Da mesi Totò Brigadeci dorme quattro ore al giorno: “La mia giornata inizia alle tre e mezza del mattino e finisce dopo le assemblee della sera con i lavoratori” dice il segretario della Cgil di Caltagirone. “All’alba, assieme ai miei compagni, a Nuccio, Rocco e agli altri siamo già nelle piazze in cui vengono reclutati i braccianti a distribuire volantini, a parlare con i lavoratori che di lì a poco monteranno sui furgoni per raggiungere le campagne del calatino. In questo periodo, poi, abbiamo intensificato l’impegno: c’è da spiegare la legge 199…”

Cioè la legge contro il caporalato…

«Sì, un buon provvedimento. Ma non basta. Serve vigilare sulla sua attuazione ma soprattutto occorre far sì che i braccianti conoscano il provvedimento e siano consapevoli dei loro diritti e degli strumenti che servono a contrastare i fenomeni di sfruttamento che purtroppo continuano ad essere presenti.»

Ma il fenomeno del caporalato ha subito un ridimensionamento?

«In parte sì ma i caporali continuano ad esserci, purtroppo. Per questo è necessario potenziare i controlli, rafforzare gli organici e le risorse degli organi ispettivi, dell’Ispettorato e delle forze dell’ordine. Serve un impegno corale e ciascuno di noi deve fare la sua parte. Per questo avvieremo presto un confronto con le istituzioni locali chiedendo anche un’audizione alla prefettura. Ma i caporali non sono l’unico problema.»

Quali sono gli altri problemi?

«Rileviamo fenomeni di sottosalario, di lavoro nero e persino di buste paga false. Spesso ai lavoratori viene chiesto di ristornare al datore di lavoro una parte delle somme percepite in busta paga. Mi spiego meglio: al lavoratore viene corrisposto il salario previsto dal contratto ma poi gli viene imposto di restituirne una parte. Un espediente a dir poco criminale. A questi datori di lavoro disonesti – per fortuna non tutti – e anche a caporali voglio dire una cosa: non state sereni, noi stiamo vigilando, stiamo monitorando e denunceremo tutti gli episodi di cui verremo a conoscenza. E alla fine vinceremo questa battaglia»

E poi c’è il grande tema dello sfruttamento dei rifugiati del Cara di Mineo.

«Qui ci troviamo di fronte a situazioni che non esito a definire di schiavismo. I migranti cominciano a fidarsi di noi, a capire la bontà dei nostri obiettivi, ci raccontano le loro storie e quello che viene fuori è un quadro raccapricciante: escono alle otto del mattino dal centro, raggiungono i campi con le biciclette o sui mezzi dei caporali e lì lavorano anche dieci ore, per circa due euro all’ora. E in più sono costretti a raccogliere almeno sessanta casse di arance, se vogliono avere la paga. Quello che ci conforta è che i migranti iniziano ad avere coscienza di essere sfruttati o forse dovrei dire schiavizzati. Il nostro prossimo passo è organizzare un’assemblea sindacale all’interno del Cara.»

I migranti che lavorano nei campi cominciano ad avvicinarsi al sindacato?

«Sì. E questo è uno dei risultati più evidenti di quello che chiamiamo sindacato di strada.»

Si è parlato anche di “modello calatino” di sindacato

«Se modello calatino significa essere un sindacato di prossimità che non sta rinchiuso nel palazzo e che invece opera vicino alle persone che vuole rappresentare e allora la definizione mi convince. E voglio aggiungere una cosa…»

Prego…

«I datori di lavoro disonesti e i loro fiancheggiatori non danneggiano soltanto i lavoratori ma anche le aziende oneste, che per fortuna sono tante, che rispettano le leggi e i contratti e per questo subiscono un gap di competitività. Tra l’altro, con un’ulteriore beffa: spesso i datori di lavoro disonesti percepiscono anche contributi pubblici, per esempio per l’acquisto di trattori e rimorchi che però rimangono chiusi nei garage aumentando il carico di lavoro e la fatica dei lavoratori. Approfitto per rilanciare una delle nostre proposte.»

Quale?

«Il lavoro in agricoltura è uno dei più pesanti. Occorre considerare il lavoro agricolo un lavoro usurante.Immaginate che vuol dire a 60 anni, portare per giornate intere due o tre casse di arance sulle spalle»

Poi c’è l’iniziativa più generale del sindacato. Siete impegnati in questa fase nella campagna sui due referendum della Cgil per l’abolizione dei voucher e sulla responsabilizzazione dei committenti negli appalti.

«E’ una scadenza decisiva. Stiamo aspettando che il governo fissi la data e consenta al paese di esprimersi su questi due temi. Non ci basta aver raccolto tre milioni di firme, vogliamo vincere il referendum, portando a votare 26 milioni di italiani e facendo prevalere il Sì. Non è una partita facile ma possiamo farcela. Per questo ci rivolgiamo a tutti i cittadini, al di là del colore politico, e chiediamo di sostenere questa battaglia di civiltà.»

Pensate di poter raggiungere il quorum?

 

«Sì, ma occorre parlare soprattutto fuori dai nostri ambiti,  trasmettere passione, coinvolgere i cittadini, anche chi non è iscritto al sindacato, farli sentire protagonisti di questa grande campagna. Da questo punto di vista l’insegnamento di Luciano Lama mi sembra molto attuale: occorre parlare alla coscienza e al cuore delle persone. Solo così possiamo farcela.»

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