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La Capinera di Fulcheri Mogol uno spettacolo indegno

Grandi aspettative per un libretto che neanche a Sanremo

La delusione per La Capinera, melodramma in due atti di Fulcheri con liriche di Mogol e musica di Bella, rende difficile descrivere l’indegna banalità e il massacro della lingua italiana, della letteratura, del teatro, dell’arte stessa e dell’intelligenza umana.

Il Melodramma Moderno

In prima assoluta al Teatro Massimo Bellini di Catania, lo stesso teatro si assume la paternità di questo melodramma moderno in due atti. Approfitteremo delle festività natalizie per capire il perché venga definito ‘moderno’ e cosa lo renda tale. Pensare che la definizione di moderno si riferisca solo alla data di scrittura sarebbe un insulto alla cultura di chi lo ha definito tale.

La musica

Non si pensi tuttavia che La Capinera non abbia degli aspetti positivi. A cominciare dalla musica di Gianni Bella, godibile come lo potrebbe essere un bel concerto di Ennio Morricone. Mentre il mondo della musica classica si evolve verso altre sonorità, onestamente spesso discutibili, quella italiana resta ancorata su melodie riconoscibili. Al sicuro persino da un certo sperimentalismo che ci ha reso famosi nel mondo. Nulla di grave fin qui. Nonostante chiari riferimenti a John Williams e ad altre non precisate melodie pubblicitarie, in generale l’impianto musicale risulta gradevole.

Sarebbe stato più opportuno sostituire dalla partitura le parti vocali con strumenti solisti e farne un concerto sinfonico. Non si tratta certo di Verdi ma in certe serate anche la musica da film, come il già citato Morricone ha il suo meritato perché. Sicuramente si sarebbero evitate prosopopee inutili su presunte produzioni liriche di “altissima qualità”.

 

Il libretto

Ci vuole un bel coraggio da parte del sovrintendente scrivere che si tratti di altissima qualità quando quelle stesse tavole hanno sentito risuonare le liriche di Da Ponte, Giacosa, Illica, Romani e Ferretti. Con tutto il rispetto per Mogol che tanto ha donato alla musica pop italiana, ma ad ognuno il suo mestiere. Un eccellente cantante non per forza è un altrettanto eccellente pianista.

Qualcuno potrebbe obiettare che i tempi cambiano e che non si può paragonare Illica a Mogol. Si potrebbe anche essere d’accordo se non fosse che è lo stesso sovrintendente Grossi a paragonare questa Capinera a Cavalleria rusticana e Bella a Mascagni. Il che ha solo tre spiegazioni logiche. L’incoscienza, l’ignoranza o peggio la volontà precisa di buggerare i fruitori del teatro. Senza parlare di chi almeno qualche pagina verghiana, almeno per sbaglio l’ha letta e ne ha capito l’uso delle parole.

Si potrebbe eccepire che la lingua si aggiorna e che non si può rimanere legati a canoni antichi. Ma come si possono paragonare le meravigliose liriche di Cavalleria Rusticana a “Sembra una libellula, trasparente va, una danza libera, primavera è già. C’è nell’aria musica che emozione dà, e le foglie vibrano di felicità“? Se leggendo queste parole risuona alla mente La vispa Teresa correa tra l’erbetta, niente panico: il mood è quello.

Mancano forse giovani poeti in Italia? Mancano forse compositori di talento? Esistono ancora quelle meravigliose degradate istituzioni chiamate conservatori? Che Santa Cecilia ci perdoni tutti.

Come al solito, sospetto, l’errore sta nella proposta della Capinera. La si poteva presentare come un’opera comica e ci saremmo fatti tutti delle gran belle risate. Sentir cantare di mimose e di destino una protagonista afona nel primo atto e spesso stonata, il tenore senza voce gracchiante e stridulo avrebbero fatto rivoltare lo stesso Rossini dalle risate. L’unica ineccepibile è la voce di Sabrina Messina. Purtroppo Messina insieme alle splendide scenografie di Ferretti non sono riusciti a salvare il resto.

La mutilazione delle arti vestita da altissima qualità

Sarebbe tollerabile una Capinera come opera brutta. Sarebbe apprezzabile lo sforzo di una sperimentazione non riuscita. Criticabile una pessima esecuzione. Ma ciò che davvero non può essere tollerato in alcun modo è l’impiego di maestranze come l’orchestra e il coro e il teatro stesso del Bellini per questo tipo di banalità spacciato come “iniziativa pilota di grande valore culturale”. Cosa che sembra più una minaccia se non l’invito all’emigrazione.

Mai come in questo caso si fanno urgenti le parole usate dal Petronio interpretato da Leo Genn nel celebre film del 1951 “Attieniti alle tue specialità, Nerone, mutila i tuoi sudditi se lo vuoi ma col mio ultimo respiro ti prego di non mutilare le arti. Non comporre più musica, maltratta il tuo popolo però non annoiarlo”.

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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