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Un italiano a Budapest. Alla scoperta di Jobbik – IL REPORTAGE

Nazisti, xenofobi, razzisti, antisemiti, pericolosissimi eversivi . Insomma dei cattivoni questi di Jobbik per i media italiani. Un pericolo per l’Ungheria, per l’Europa e per il mondo. Forse addirittura per l’universo.  I media europei sono abbastanza chiari in tal senso.
Ma cosa è realmente Jobbik? Ho cercato di capire il fenomeno andando proprio da loro , senza pendere dalla penna altrui.

Il mio viaggio è iniziato da una piccola sezione del VII distretto “Erzsébetváros”, quartiere molto elegante a prevalenza ebraica. Busso energicamente al portone e quello che mi trovo davanti mi lascia un po basito. Nessuna testa rasata, nessun poster politicamente scorretto, niente alcolici, nessuna svastica, nessun abbigliamento punk o skinhead e nessun festival del tatuaggio violento. Solo un tavolino e due normalissimi ragazzi in tenuta “pariolina” , ossia in camicia e jeans , intenti a leggere giornali nazionali e cittadini. Scrollo il capo, riguardo l’insegna fuori dalla porta, realizzo di non trovarmi in una sede del Partito Democratico o di Forza Italia e rientro più curioso di prima.
Dopo qualche momento di perplessità per il visitatore italiano, i due ragazzi si mostrano cordialissimi ma diffidenti verso il sottoscritto. Si scusano per il poco tempo che mi avrebbero potuto dedicare visto il fervente momento elettorale ungherese e mi indirizzano, non prima di avermi riempito di volantini propagandistici, verso la sede nazionale.
Uno dei due è Janos Stummer, presidente del Movimento Primavera Ungherese e candidato al consiglio comunale di Budapest. Faccia da bravo ragazzo, vestiario da borghese rampante ma onesto ed occhi di chi vuole portare a termine un progetto ambizioso.
Capisco quindi che non è il momento per fare domande ed ascoltando le loro indicazioni, mi avvio verso la sede centrale segnando l’indirizzo “Villany utca n.20”. Orientandomi con la cartina, capisco che la base del secondo partito ungherese si trova in un quartiere tutt’altro che turistico o signorile. Tutto ciò non rappresenta un problema e vado in cerca di questo famigerato quartier generale di naziskin col motto “Cristiani per principio, conservatori e radicalmente patriottici”. Grazie ai pregiudizi spalmati su ogni media italiano, ammetto di aver avuto un po di paura.
Le strade sono piene di lapidi di giovani ragazzi uccisi dai comunisti ungheresi e russi, fuori da ogni casa campeggia una bandiera nazionale e negli alberghi non è raro trovare un dèpliant riguardo singolari tour per deridere le ultime statue dei principali dittatori comunisti.
Mi accorgo che ciò che in Italia è tacciato di volgarità ideologica, in Ungheria va oltre il partito, oltre l’urna elettorale. Ciò che in Italia è quasi immorale, in Ungheria è religione. Il nostrano patriottismo di facciata da mondiale di calcio, qui è un viscerale e romantico nazionalismo d’altri tempi. Non voglio giudicar ciò ma devo dire che non mi turba. Gli ungheresi portano a spasso il loro amor di Patria con estrema eleganza e rispetto. Sarà il loro passato austro-ungarico ma devo ammettere che ogni cosa a Budapest è spesa con grande nobiltà ed eleganza.

Arrivo quindi dinnanzi la sede di Jobbik . Una sede relativamente piccola per una partito che ha il 20% dei consensi e 23 seggi in parlamento su 199, un quartier generale molto modesto per una partito in costante crescita ed evoluzione che ha 3 seggi su 21 al parlamento europeo. Realizzo nuovamente che fuori Italia funziona diversamente. Il secondo partito ungherese può anche avere la propria sede grande quanto una sezione provinciale di un partitello italiano. I magiari badano ad altro. Ben altro.

Ad ogni modo non busso ed entro sfacciatamente. Una segretaria mi sorride scambiandomi forse per un militante. Le mostro un documento , lei si illumina elencando cantanti italiani non proprio sulla cresta dell’onda nel nostro paese ed a fatica le spiego i motivi della mia visita. Ormai sono piacevolmente abituato ai modi garbati degli ungheresi. Seguo le istruzioni della segretaria, mi siedo e non sfido la sorte cercando di intrufolarmi dentro altre stanze. Potrei anche smentire tutte le buone impressioni avute fino al mio arrivo al quartier generale.
Noto poco merchandising, pochi slogan modaioli e moltissimi libri e riviste. Ho subito l’impressione di trovarmi in un luogo dove si lavora seriamente e senza lasciar nulla al caso. Jobbik non è un marchio ed i suoi militanti non si ritrovano li per una semplice birra o per ascoltare musica.
Dopo qualche mio sorriso forzato su “ I like Amedeo Minghi” e “I love Albano” con la biondissima segretaria, riesco ad incontrare qualche militante, chiedo di poter fare qualche domanda e vengo fatto accomodare in un ufficio con ogni cortesia possibile. Inizia un colloquio davvero interessante con soggetti preparati e convinti della propria missione politica. Lo leggo negli occhi e nella gestualità tipica di chi ha le idee chiare.
Certamente nessuno dei due è il giovanissimo leader Gabòr Vona, di origine italiana da parte del nonno paterno ma poco importa. Non aspiravo a tale fortuna e mi accontento di due giovani militanti. Dalla base certe risposte arrivano più dirette. Meno fronzoli in politichese e più sostanza.
Ferenc e Lajos sono due militanti che non vogliono essere fotografati (non è possibile fotografare nemmeno l’interno della sede) ma che accettano qualche mia domanda facendomi accomodare in un ufficio pieno di manifesti, volantini e scatoloni.
Iniziano loro, prendendomi in contropiede  con una domanda sulle ultime elezioni a Tapolca. Una domanda che contiene già la risposta. Una schiacciante vittoria di Jobbik contro il partito di governo di Orban (in Italia sarebbe collocato più a destra di Salvini) ed i socialisti, quest’ultimi riciclatisi dallo sfascio del partito comunista ungherese. L’entusiasmo è palpabile ed io non faccio la figura dell’impreparato.
Poi la palla passa nuovamente a me. Chiedo a Ferenc come si pone Jobbik riguardo l’euro. Il ragazzo prima mi sorride con un evidente sguardo di commiserazione e poi parte con il solito , per molti versi comprensibile, discorso sull’Europa delle banche e delle lobby.
Per Ferenc, la cooperazione europea può anche esistere senza la confederazione di stati e soprattutto senza la moneta unica. Ma il focus della discussione sembra non interessare molto ai due ragazzi. Tengono immediatamente a virare su altri lidi, a precisare la natura di Jobbik.
Jobbik ha due correnti” –  mi spiega Lajos  -“Un’ala più radicale nei confronti di molti temi come le adozioni gay e l’immigrazione ed un’ala più moderata. Entrambe si evolvono attraverso dibattiti interni ma l’unità del partito non è messa in discussione. Abbiamo una missione. Superare Orban e diventare il primo partito in Ungheria. Sempre più compatti e forti per far diventar grande l’Ungheria.

Voglio accendere un po’ la situazione e chiedo come risponda il militante medio di Jobbik alle accuse di antisemitismo. I due ragazzi rispondono prima con uno sguardo di sospetto e poi arrivano al punto facendo un giro molto largo. Tirano in ballo un curioso appello di Netanyahu, premier israeliano, a tutti i facoltosi ebrei, invitandoli ad investire in massa su Budapest. Sono molto contrariati per questo appello ma stando attenti a non sbagliar le parole, condannano certe espressioni bollandole di “tentato colonialismo come gli USA ha già fatto con l’Europa. Vogliamo rialzarci con le nostre mani, senza qualcuno che ci compri per controllarci“. Alla parola “USA” di Ferenc, Lajos sbotta con una filippica contro “gli yankee” elencando installazioni militari illegittime, massiccia influenza culturale e politica, speculazioni finanziarie ed interventi militari ingiusti in tutto il Medio Oriente. Si lascia persino scappare un “ormai voi italiani siete troppo compromessi per ribellarvi“, lasciandomi intendere di non conoscere e non voler conoscere le realtà della destra radicale italiana.

Inquadro il pensiero e trovo conferma quando affronto l’argomento Putin. Ovviamente per molti versi un modello per i due giovani militanti di Jobbik. Superano persino la diffidenza verso il partito di governo, guidato da Orban, dando atto a quest’ultimo di aver allacciato discreti rapporti di collaborazione con la Russia. D’un tratto sento un vocione che in ungherese li fa sussultare , capisco che la mia chiaccherata è finita. Si alzano e mi accompagnano gentilmente alla porta non prima di avermi riempito di volantini, adesivi ed una maglietta.

Esco abbastanza soddisfatto. La segretaria mi sorride, le do la mano ringraziandola e le sussurro “Amedeo Minghi” facendola arrossire .

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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