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Iperconnessione. Possediamo uno smartphone o è lui che ci possiede?

Il nostro smartphone è la nostra identità, ogni contenuto, ogni messaggio, ogni immagine, ogni app, ci rappresenta. È diventato il prolungamento di noi stessi. È la scatola nera della nostra vita.

Da bambini avevamo l’orsacchiotto della nanna. Oggi c’è lo smartphone. Tutte le mattine ci sveglia. Magari con la nostra canzone preferita.

È entrato per la prima volta nella nostra vita nel 2007 e da allora è sempre con noi.
Siamo talmente abituati a quest’appendice digitale che non ci rendiamo conto neanche di quanto tempo ci passiamo con gli occhi (e la mente?) sopra.

Le prime azioni della giornata sono leggere i messaggi ricevuti in notturna, guardare Instagram e/o Facebook e, per i più audaci, pubblicare una foto o un post per dare un segno tangibile della propria esistenza.

“Anche oggi ci sono e ho qualcosa da dirvi o mostrarvi. Sono un influencer”.

In ogni smartphone c’è una quantità sufficiente di applicazioni, dal meteo alla ginnastica posturale, che scandisce con una certa disinvoltura le nostre vite.
Cammino con l’app. Corro con l’app. Cucino con l’app. Mi alleno con l’app. Leggo con l’app.

I nostri smartphone sono pagine vive dove in un secondo possono succedere un sacco di cose interessanti. Dalla pubblicità, stranamente sempre di ciò che ci piace, a una carrellata di messaggi tutti in una volta, a una foto che ci fa battere il cuore.

I ricercatori, sicuramente anche loro iperconnessi, hanno studiato questa simbiosi rivelandoci interessanti verità.

– Pare che sul pianeta oggi ci siano più schede sim che persone: 7,5 miliardi di persone contro 7,8 miliardi di schede sim.
– In Italia siamo i terzi al mondo per diffusione capillare di smartphone.
– Tocchiamo il cellulare in media 2617 volte al giorno.
– Un terzo degli americani ha addirittura dichiarato che piuttosto che smarrire il cellulare preferirebbe non fare sesso o perdere la valigia.

Lo smartphone (secondo noi) ci tranquillizza, ci rasserena, ci rende meno ansiosi, ci fa addormentare la sera… proprio come il pupazzo della nanna di quando eravamo piccoli.

Gli smartphone sono la stessa cosa a qualunque età. Quando le persone si svegliano durante la notte guardano il telefonino e poi si rimettono a dormire.

Pensate a quello che ci succede quando non abbiamo connessione internet o non c’è campo o la batteria si è scaricata: ci si sente angosciati. È una vera e propria sindrome d’abbandono. Si chiama nomofobia, neologismo che descrive la paura di restare senza telefono.

Stiamo su internet una media di 6 ore al giorno.
Ogni giorno viaggiano nel mondo 150 miliardi di mail, 66 miliardi di foto su Instagram e 42 miliardi di messaggi whatsapp.
Diciamoci la verità: chi più e chi meno, siamo tutti così.

Il nostro smartphone è la nostra identità, ogni contenuto, ogni messaggio, ogni immagine, ogni app, ci rappresenta. È diventato il prolungamento di noi stessi.
È la scatola nera della nostra vita.

Siamo tanto affezionati ai nostri telefonini da non poterli tenere lontani da noi più di 20 cm e non riusciamo più neppure a fare a meno dei like, i bocconcini di piacere inventati più di 10 anni fa da Facebook solo per regalarci un po’ di ottimismo. Ma come avviene in ogni vizio che si rispetti diciamo: “Posso smettere quando voglio”.

Era il 2007, ma non è andata esattamente così. Oggi quel pollice (o quel cuore se parliamo di Instagram) che attiva i nostri circuiti del piacere è diventato il barometro del nostro successo o del nostro insuccesso.
E noi ci sentiamo APP-agati e APP- osto così. Parola di APP-assionata.

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