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“Io ipovedente, sfrattata durante la pandemia e sotto Natale”: la storia di Jessica

Stanze sporche, finestre rotte, niente riscaldamenti. Poi le continue lettere di sfratto: la vita di Jessica Costa, residente dell’Ipab Ardizzone Gioeni di Catania da qualche mese è diventata un incubo così come raccontato su L’Urlo. 

Residente dal 2016, la giovane racconta come dietro l’edificio monumentale e sede di tanti eventi catanesi, si nasconda una vera e propria casa degli orrori. Un’amministrazione poco trasparente li sballotterebbe come pupazzi, tentando da agosto di trasferirli (forse) temporaneamente in un’altra sistemazione, un B&B, per avviare lavori di ristrutturazione. Lavori necessari a seguito di un sopralluogo dei Nas che aveva certificato l’inadeguatezza della struttura. Persino gli estintori erano da sempre malfunzionanti.

Gli ospiti, dal canto loro, hanno resistito: o certezze o non ci spostiamo. Il commissario straordinario che si occupa dell’Ente, Gianpiero Panvini, infatti, non avrebbe mai fatto cenno ad un periodo stabilito. Fino al 4 ottobre anche il personale sarebbe stato intimato di lasciare l’Istituto ma senza successo.

Circolare che dispone i lavori di adeguamento per l’Istituto a seguito del sopralluogo dei Nas

Arriva così il 2 dicembre, giorno in cui gli ospiti rimangono senza acqua calda. La situazione sembra insostenibile. Due giorni dopo arriva l’email del commissario che invita gli ospiti a trasferirsi in un vicino B&B per “dei lavori di adeguamento richiesti dall’ingegnere RSPP, indispensabili per eliminare pericoli per la sicurezza degli ospiti non vedenti e ipovedenti”. Quest’ultimi, chiedono, prima di lasciare l’Istituto, quando potranno tornare nella loro casa. Queste certezze però mancano, così come una prenotazione ufficiale a nome dell’Ente nella struttura alberghiera.

Così Jessica punta i piedi. Passano venti giorni prima che la situazione migliori, spostando lo scaldabagno in una stanza ma con doccia in comune. 

Inoltre, l’Istituto per ciechi Ardizzone Gioeni è anche residenza universitaria a seguito di una convenzione stipulata con l’ERSU. Le camere destinate agli studenti sono dunque libere e potrebbero essere sfruttate dagli ospiti. Il via libera, però, non arriva mai. Come se non bastasse la struttura vanta anche un reparto nuovo di zecca con docce e scaldabagni. Un’ala che rimane lì, intatta mentre gli ospiti vivono tra le sale ghiacciate e i disservizi.

Ma i disagi per i due ciechi e l’ipovedente Jessica non finiscono qui. Pare, infatti, che nella zona residenziale fosse stato installato un sistema di videosorveglianza nelle prossimità dei bagni al fine di monitorare eventuali cadute degli ospiti.

«Non mi andava di essere ripresa -racconta Jessica- anche in accappatoio. I circuiti erano ben visibili anche da esterni: ci sentivamo violati. Abbiamo chiesto al commissario di disattivarle, ma era irremovibile. Così mi sono rivolta al garante della privacy. Ci sono volute due lettere per accorgersi che le telecamere non erano a norma e dunque rimuoverle».

Un altro elemento di disturbo per gli ospiti era l’assordante sensore di movimento, tale da impedire un sonno tranquillo.

Lettera di sfratto destinata a Jessica Costa

Oggi Jessica potrebbe trovarsi sfrattata

Un altro fardello pesa su Jessica, che solo qualche settimana fa ha subito un grave lutto: lo sfratto. Panvini, infatti, afferma che l’ospite ha violato ben due articoli del regolamento interno. E oggi la giovane potrebbe lasciare quella che anni è ormai la sua casa.

«Ho lavorato per l’Istituto -racconta la giovane ipovedente- nel 2018 per la durata di un anno. Ma su 12 mesi di lavoro -per 14 ore al giorno anche se dichiarate molte meno- ho ricevuto solo 6 mesi di pagamenti. Con l’intervento di un avvocato abbiamo raggiunto una transazione. Poi è subentrato il problema del cibo: pessimo al punto da provocarmi una gastrite. Panvini mi ha così proposto di comprare i pasti da un’altra parte, promettendomi un rimborso. Inutile dire che non è mai arrivato. Io prendo solo 500 euro di pensione: come potevo continuare in quel modo?».

Stanze residenziali

«Visto che non avevo ricevuto rimborsi e pagamenti, non ho pagato la retta per un po’. Avrei dovuto farlo per cosa? Le stanze sono sporche. La donna che si occupa delle pulizie viene solo il lunedì e il venerdì. Così lo faccio io, per tutti, dei restanti giorni. Non usufruisco di nessun servizio: non c’è acqua calda nel bagno della mia camera, un vetro della finestra è rotto, e sono costretta per motivi di spazio ha dividere i miei indumenti in due camere».

«Il 19 giugno abbiamo raggiunto un altro accordo. Ma l’Istituto il 30 ottobre mi ha inviato una lettera di sfratto, benché avessi pagato la retta di ottobre, novembre e dicembre, per non avere neanche l’acqua calda. Un disservizio del genere, nel 2020, non è ammissibile. Il 23 dicembre, un’altra lettera di sfratto. Oggi scadono i sette giorni consentiti per “liberare la mia camera”», commenta mestamente Jessica.

Jessica, secondo Panvini, non avrebbe presentato né la certificazione ISEE né un documento che ne attestasse i problemi di cecità.

«Se non fossi stata ipovedente -afferma la ragazza- non sarei diventata residente dell’Istituto. Dopo essere stata abbandonata dalla mia famiglia, gli assistenti sociali hanno sbrigato la pratica per me. Adesso Panvini mette persino in dubbio la mia cecità».

«Per quanto riguarda l’ISEE posso dire che gli altri residenti non lo hanno presentato, ma senza subirne le conseguenze. Inoltre, se l’Istituto non lo avesse con sé di certo non potrebbe calcolare la retta che gli pago ogni mese».

Un lockdown “allo sbaraglio”

Infine, un’altra forte denuncia che pende sull’Ipab riguarderebbe la gestione dell’Istituto nel corso del lockdown.

«Non hanno mai sanificato gli ambienti, nè ci hanno fornito dispositivi di sicurezza. I tamponi hanno iniziato a farli solo dopo un caso Covid tra il personale», conclude Jessica. 

Sostegno psicologico nullo, tra la fragilità di una handicap e l’incertezza dell’emergenza sanitaria. Ma tante altre ombre gravano sull’Istituto Gioeni Ardizzone.

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