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Intervista a Salvi: “Riportare Catania all’abitudine di correttezza e legalità”

«Occorre riportare la città a una abitudine di correttezza e di legalità perché è il presupposto di ogni sviluppo economico»: il procuratore di Catania, Giovanni Salvi, la pone come la questione delle questioni nella lunga intervista concessaci. Dalle finestre del suo ufficio al primo piano del Tribunale di piazza Verga entrano ululati di sirene e assordanti e prolungate strombazzate di clacson che rendono praticamente inutilizzabile l’audio del filmato. Lo abbiamo sottratto a un impegno con una delegazione di suoi colleghi egiziani per discutere con noi del rapporto mafia-politica, di corruzione, di illegalità diffusa, di organici giudiziari ridotti, a tre anni e tre mesi di distanza dal suo insediamento nella poltrona più difficile e delicata della città, per anni al centro di polemiche, tanto che nel novembre del 2011 il CSM scelse Salvi, sostituto procuratore di Cassazione ed esponente di Magistratura Democratica, proprio perché “straniero”, per interrompere la continuità di magistrati etnei alla guida della Procura. Dove potrebbe restare ancora pochi mesi, in seguito alla notizia del suo possibile trasferimento a Roma, dov’è in lizza per l’incarico di procuratore generale presso la Corte d’appello.

Gli chiediamo di raccontarcela, Catania, con occhi da “straniero”, magari lasciando inizialmente da parte lo sguardo di chi è abituato al duro linguaggio del codice.

«Non è possibile prescinderne. Purtroppo il nostro lavoro ci fa vedere le parti meno belle, specie in una città come Catania dalle forti presenze mafiose che ti costringono a restare isolato, per quantità e qualità del lavoro. La mia è una visione molto settoriale. Posso apprezzare la straordinaria ricchezza culturale. O la tradizione imprenditoriale. Ieri sono stato ad ascoltare l’ambasciatore israeliano sulla capacità innovativa del sistema israeliano ma ho anche ascoltato che a Catania ci sono molto più realtà imprenditoriali innovative di quanto immaginassi e una forte potenzialità. Che io temo sia fortemente condizionata dalla presenza della criminalità organizzata ma anche dalla illegalità diffusa, che costituisce un freno potente dell’economia e non consente che capitali stranieri o di altre parte d’Italia e fanno disperdere la ricchezza in rivoli illeciti. Basti pensare ai fondi europei».

Procuratore Salvi, questo che viviamo sembra un altro “passaggio epocale”, come quello dei primi anni 90, quando i Cavalieri e la classe politica dell’epoca furono spazzate via dalle inchieste. Le indagini giudiziarie su Lombardo e su Ciancio, a prescindere dall’esito finale, anche per l’età dei due protagonisti, segnano la fine di un’epoca, di un sistema di potere che muta. Vent’anni fa si assistette a una frammentazione. E oggi?

«Il processo Lombardo – precisa – è in grado d’appello. Per l’editore, il signor Ciancio, siamo ancora nella fase del deposito degli atti, quindi il 415 bis: non parlerei di processo, un procedimento, una fase delle indagini. Credo che l’aspetto significativo del del lavoro di questa Procura (che come lei ha giustamente ricordato non è cominciato con me, ma prima) sta nella diffusività delle nostre indagini: non abbiamo delle indagini di immagine, due-tre indagini che ci facciano uscire sui giornali, abbiamo un lavoro molto intenso e diffuso, che ha ottenuto risultati significativi che, spero, possa contribuire affinché Catania possa superare il meccanismo che indicavo prima. perché il punto è proprio quello di riportare la città a una abitudine di correttezza e di legalità, presupposto di ogni sviluppo economico. Non è il solito discorso sulla legalità: noi lo vediamo tutto i giorni che l’uso predatorio delle risorse ha avuto un effetto negativo. Basti pensare, per esempio, alla formazione professionale. Quanto denaro è stato predato dai privati senza che i giovani siano stati davvero formati alla nuova qualità del lavoro? E ora questi giovani che sono stati beffati, a volte anche con la loro connivenza perché non si sono ribellati a questi corsi fittizi e incompleti, si affacciano al mercato del lavoro e hanno difficoltà con altri concorrenti che invece si sono formati davvero. Questo è un piccolo esempio. Penso anche alle estorsioni. Quanto pesa sulla competitività di questo sistema l’impossibilità di avere un mercato libero ed effettivo o il peso di una burocrazia in cui può annidarsi la corruzione? Queste sono le cose su cui abbiamo cercato di concentrarci nella maniera più continuativa, nel tempo. E credo che abbiamo ottenuto anche buoni risultati».

Corruzione. Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, durante la recente inaugurazione dell’anno giudiziario, denunciava un «doppio binario del sistema penale», osservando come su una popolazione carceraria di 24.777 persone, solo 31 sono «colletti bianchi» condannati per corruzione, tutti gli altri provengono dai «ceti popolari». Ieri, invece, Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, rilevava che l’attuale legislazione per contrastare la corruzione sia meno efficace di quella degli anni di Mani Pulite. A voi che problemi ha creato, se ne ha creati?

«Ci sono sicuramente problemi normativi significativi, basti pensare ai termini brevi di prescrizione, alle incertezze sulle differenze fra alcune tipologie di reato, all’incertezza su come trattare chi denuncia. Difficoltà ce ne sono. Penso che ci sia anche una difficoltà ad attrezzarsi per fare questo tipo di indagini, che sono diverse rispetto a quelle sulla criminalità organizzata: noi abbiamo creato un gruppo specializzato, abbiamo invitato la polizia giudiziaria a fare altrettanto e abbiamo già ottenuto risultati significativi. Basti pensare alle indagini sulle appropriazioni dei consiglieri comunali e provinciali, a quelle sulla sanità e ad altre fatte e che si stanno facendo e contiamo di superare quelle difficoltà con un maggiore impegno organizzativo».

Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’Appello di Catania, Alfio Scuto, ha posto con forza il problema degli organici carenti. Secondo i suoi dati, a voi mancherebbe il 23% del personale. Che problemi comporta?

«Abbiamo una carenza drammatica di personale amministrativo, scoperture elevatissime rispetto a una previsione di organico che già era insufficiente: non riesco ad assicurare l’assistenza di un cancelliere a tutti i magistrati dell’ufficio; questa è una situazione che incide sull’efficacia del nostro lavoro. A me sembra veramente fuori da ogni immaginazione che da più di vent’anni non si assuma un cancelliere, un assistente o un funzionario giudiziario; l’età media del personale di questa Procura supera ormai i 54 anni e sei mesi. Questa è la situazione in cui dobbiamo lavorare; nessuno può lavorare bene se non ha una buona struttura organizzativa che gli consenta di farlo. Perché poi all’opinione pubblica ne rispondiamo noi, risultiamo noi incapaci di fare il nostro lavoro, mentre invece sopperiamo anche alle carenze del personale amministrativo, in tutte le maniere».

Mafia. Il clan Santapaola-Ercolano è ancora egemone a Catania?

«È difficile dirlo adesso, potremo valutarlo meglio alla fine dei lavori che stiamo facendo. Certo, Catania ha sempre visto una loro egemonia, non totale, perché vi sono sempre stati clan rivali, anche con una notevole fluidità interna. Oggi I Santapaola-Ercolano, anche per una serie di ragioni casuali, sono stati maggiormente più colpiti. Non sono stati i soli: penso ai Laudani, ai Cappello ma anche ad altri. Però certamente i Santapaola, grazie anche alla collaborazione di suoi importanti esponenti, ha avuto conseguenze maggiori. Vedremo cosa questo ha determinato».

Cos’è cambiato nel rapporto fra mafia, politica e impresa? Una volta era organico. E ora?

«Rispetto agli anni 90 vi è stato un cambiamento radicale. Questo non riguarda solo Catania ma Cosa nostra in generale e la Sicilia. Meno altre realtà al di fuori dall’isola. Non che i rapporti non ci siano, anzi noi lo verifichiamo quotidianamente: casi di voto di scambio ma anche più gravi, come la presenza in attività imprenditoriale e politica, come dimostra lo scioglimento di tre comuni non piccoli del distretto: Scicli, Augusta e Mascali. Questo c’è e noi lavoriamo su questo con determinazione, però rispetto alla situazione che portò prima La Torre poi Dalla Chiesa a individuare in questo il vero nodo, è passata tanta acqua, tanto lavoro, tanti risultati positivi. Questo non vuol dire abbassare la guardia, ma che col lavoro si possono ottenere risultati».

Invece la mafia che si fa impresa, non solo con le attività illegali, ma con forme legali, come spesso avviene nel settore dei rifiuti, qui a che punto è? Ne parlano i nuovi pentiti?

«Questo non posso dirglielo. Sui rifiuti abbiamo svolto tante indagini. Prima parlavamo dell’area nord orientale del distretto (Mascali, ndr): lì ci sono state le indagine sull’Aimeri ambiente e dei suoi rapporti con alcuni personaggi. Inoltre, abbiamo molte indagini concluse e in corso».

L’ultima domanda. 5 gennaio. Mentre all’interno di Zo la presidente della Commissione parlamentare antimafia, un suo vice e altri esponenti delle istituzioni di confrontavano su se «A Catania comanda (ancora) la mafia?», fuori, nel piazzale in quel momento più “blindato” della città e forse dell’isola, Schiere di parcheggiatori abusivi sciamavano indisturbati da un’auto all’altra. Surreale. Il fenomeno dei parcheggiatori abusivi ha a che fare con la mafia?

«Innanzi tutto, vediamo le cose positive e non solo quelle negative. La cosa principale del 5 gennaio è che finalmente questa città comincia a ricordare e ad avere memoria. È la prima cosa fondamentale, non possiamo metterla da parte: non è che con la bacchetta magica Catania diventa subito Oslo o Amsterdam. Per la prima volta in questi anni abbiamo le autorità che commemorano Giuseppe Fava, anche con la presenza davanti alla lapide; abbiamo personaggi di rilievo del mondo istituzionale che gli rendono omaggio: è il primo grande risultato. Finalmente questa città comincia ad aprire la sua memoria.

Quello che lei dice è vero, però non facciamo che tutto diventa mafia. Anche Sant’Agata… Ci sono cose che riguardano l’ordinario disordine che purtroppo sembra irrecuperabile: malgrado le ordinanze del Sindaco e il nuovo impegno della Curia non si riesce a mettere ordine. Credo che l’episodio della candelora sia diverso da tutto il resto. Isoliamo episodi e realtà che possano richiedere questo. Il resto purtroppo è anche un fatto di civiltà e di abitudine dei cittadini alla legalità, a comportarsi in una certa maniera e dell’amministrazione a fornire quei servizi essenziali in base ai quali i cittadini possano poi comportarsi bene, no? Quindi, stiamo attenti: non tutto è mafia, a volte la mafia può utilizzare queste difficoltà, ma guardiamo anche positivamente a quello che si sta facendo, perché altrimenti uno si prende di sconforto e non fa più niente. Guardiamo anche ciò che abbiamo ottenuto».

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Redazione

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