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Intercettazioni, ai giornalisti fino a sei anni di carcere

Divieto di pubblicazione delle intercettazioni «irrilevanti ai fini di prova», multe fino a diecimila euro e carcere fino ai sei anni per i giornalisti che trasgrediscono. È questa la proposta avanzata dalla commissione presieduta da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, istituita presso la presidenza del Consiglio. La notizia la dà oggi il Corriere della sera, in un articolo di Giovanni Bianconi che ne riassume il contenuto. Vietata anche la pubblicazione di ciò che non è contenuto nelle ordinanze di custodia cautelare, sebbene si tratterebbe di atti pubblici a disposizione degli avvocati. Lo vuole «la privacy». Dei potenti.

La commissione, inoltre, propone di vietare che i magistrati possano inserire nell’ordinanza trascrizioni di intercettazioni che non abbiano «una diretta relazione con il campo d’imputazione», chiarisce il Corriere. Con buona pace del contesto in cui i reati vengono consumati. Non solo: ai legali degli arrestati dev’essere consegnata anche copia delle intercettazioni non depositate, in genere perché irrilevanti o utili al proseguimento delle indagini, che così sarebbero vanificate.

Se norme del genere fossero state in vigore al tempo dell’inchiesta sul post terremoto a L’Aquila, non sapremmo nulla delle grasse risate di giubilo degli sciacalli vestiti da imprenditori che, la notte del sisma, avano come unica “preoccupazione” il fatto che «qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». Né sapremmo alcunché dei motivi che hanno costretto l’esponente Ncd Maurizio Lupi alle dimissioni da ministro delle Infrastrutture. Anzi: Lupi sarebbe ancora a capo del dicastero.

Bastano questi due esempi per comprendere agevolmente come il contenuto di intercettazioni «irrilevanti ai fini di prova» possa essere, invece, rilevantissimo sotto il profilo dell’interesse pubblico, ciò che trasforma un fatto in notizia: la rilevanza per la collettività, a prescindere dalla valenza penale dei fatti stessi.

È quindi palese che norme del genere non abbiano nulla a che vedere con la sbandierata «tutela della privacy», bensì con la necessità delle classi dirigenti di tutelare se stesse dalla fastidiosa intrusione dei giornalisti nei loro affari, nei favori fatti e/o ricevuti, nelle regalie e nelle relazioni amicali su cui spesso gli affari stessi (leciti o illeciti che siano) sono imperniati. Un modo per impedire che la collettività possa venire a conoscenza del contesto in cui il malaffare matura e si consuma. Il contesto a cui Leonardo Sciascia conferiva enorme importanza per comprendere adeguatamente i fatti, e che fa dire ad Armando Spataro, procuratore di Torino, che «in un’indagine, quello che conta è il contesto». Dello stesso avviso Raffaele Cantone, garante anticorruzione, in un’intervista a la Repubblica di oggi: «Un’indagine fuori dal contesto è una non indagine, uno stesso colloquio cambia completamente di senso se non è inserito in un contesto».

Il contesto, invece, bisogna tacerlo. Specie se sei giornalista. Per chi non si piega: multe fra i duemila e i diecimila euro e carcere da due a sei anni.

Se consideriamo che, ad esempio, per i membri di un’associazione per delinquere sono previste pene detentive fra uno e cinque anni, e che al momento la stessa pena è prevista anche nei reati di corruzione, risulta evidente come la proposta non solo miri a tutelare i segreti inconfessabili delle classi dirigenti, ma si accanisca contro chi, come il giornalista, svolge un mestiere al servizio della collettività, la cui etica impone di fare prevalere l’interesse pubblico sulla maleodorante «privacy» dei potenti.

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Redazione

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