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In difesa di Berardinelli, l’ipercritico

I sostenitori della filosofia di Emanuele Severino si sono imbufaliti su Facebook in seguito alla pubblicazione su “Il Foglio” dell’articolo di Alfonso Berardinelli, “Contro Severino, l’iperfilosofo” (12/10/2015). Prendendo spunto dall’ultimo libro del filosofo bresciano su Leopardi, “In viaggio con Leopardi” (Rizzoli 2015) – titolo che ricorda un vecchio film di Alberto Sordi, “In viaggio con papà” (1982) –, Berardinelli fa un breve riassunto del pensiero severiniano, tutto sommato corretto: l’essere è, il nulla non è; il divenire, come processo di creazione/annientamento degli esseri, anche lui, come il nulla, non è; tutti i filosofi che non la pensano così sono nichilisti. E infatti, secondo Severino, tutti i pensatori occidentali sono nichilisti, perché – più o meno esplicititamente, più o meno consapevolmente – pensano che l’essere sia nulla. Perfino Parmenide! E Leopardi? Qui il discorso si complica un pochino. In una serie di scritti, a cominciare da “Cosa arcana e stupenda” (Rizzoli 1997), Severino intende mostrare che Leopardi è un pensatore più che nichilista, diciamo ipernichilista, perché fra tutti i nichilisi postmoderni è il più consapevole del fatto che se il divenire esiste, ed è quel processo di entificazione del nulla (in cui il nulla diventa essere) e di nientificazione dell’essere (in cui gli esseri diventano nulla), allora non c’è salvezza, sia per i corpi che per le anime. Contro le pretese della metafisica di stabilire nessi necessari, Leopardi farebbe valere l’unica verità innegabile, quella dei sensi, per i quali ogni legame, ogni nesso tra le cose, e primo tra tutti il nesso che lega gli esseri al loro stesso essere (esistere), è contingente. La tecnica metterebbe in pratica questo pensiero filosofico. Se la tecnica fosse un treno e i tecnici sapessero un po’ di filosofia, Leopardi sarebbe nominato capotreno.

Ma agli amanti della filosofia severiniana, facebookiani e non, questa sintesi non va giù, e non si capisce perché. Per i più poetici l’articolo di Berardinelli meriterebbe ‘o pernacchio di Edoardo de Filippo. È vero, Berardinelli non è gentile, chiamando “filo-filosofici” i lettori di Severino, ma da qui a dire che le sue considerazioni sono solo flatulenze puerili, heideggeriana chiacchiera che non intacca la grandezza filosofica di Severino (e dei suoi lettori) ce ne passa. Secondo me, i filo-filosofi sono quelli a cui non piace gli si parli facile e che non digeriscono il fatto che ciò che loro ritengono difficilmente altri possano ritenere facilmente e magari con più intelligenza. Alla massima indignazione è seguita però la rassicurante consapevolezza che, nonostante alcune turbolenze che si sono succedute nel corso degli anni e di cui quella di Berardinelli è solo l’ultima e nemmeno tanto riuscita, il discorso filosofico di Severino resta in piedi al cento e uno per cento, contro ogni tentativo di confutazione. Mi corre l’obbligo di ricordare che una confutazione del pensiero di Severino, invece, esiste ed è quella formulata da Gustavo Bontadini negli anni ’70. Senza voler troppo tediare il lettore: secondo Severino ogni essere è eterno, di conseguenza l’esperienza del divenire non è da interpretare come esperienza di un processo in cui le cose vanno nel e vengono dal nulla, ma come un processo in cui le cose appaiono e scompaiono. Ma c’è un problema: anche ammesso che ciò sia vero, c’è almeno una cosa che va nel e viene dal nulla, questa cosa è l’apparire degli esseri. In tutti i suoi scritti teoretici, a me pare che Severino non abbia dato una chiara definizione di ciò che possa significare per un essere che appare necessariamente (ed eternamente) il suo scomparire. Scrive Leonardo Messinese nel suo libro “L’apparire del mondo” (Mimesis 2008): “fermo restando che anche il divenire dell’apparire non può essere identificato al suo annullamento, resta pur vero che Severino non riesce a fornire un’adeguata intelligenza del variare dell’apparire”.

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