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Catania nel pallone, Mille voci contro Nino Pulvirenti FOTO

Nino Pulvirenti non è più il grande imprenditore che metteva insieme grande distribuzione, alberghi e compagnia aeree e riunisciva a portare la Serie A sotto l’Etna per otto anni di fila: ora è “Nino il truffaldino”, un “uomo di…” che ha “tradito” Catania, o meglio la sua squadra di calcio, trascinandola –secondo le accuse della Procura della Repubblica- in una squallida storia di denari e combine di partite. Con il rischio serio e concreto che la squadra rossazzurra finisca nelle ultime categorie del calcio italiano.
Non la crisi economica, non i posti di lavoro che non ci sono, non le indagini giudiziarie che mettono in discussione esponenti di punta della “classe dirigente” locale e siciliana, in una città vicina alla “desertificazione” economica e culturale: no, è il giudizio di “condanna definitiva” dell’imprenditore la “notizia del giorno” a Catania, al termine di circa tre ore di manifestazione, nel centro cittadino, delle varie sigle del tifo più “caldo” della squadra di calcio.
Un migliaio di persone (all’inizio la stima approssimativa era circa di duemila) hanno invaso dapprima piazza Roma e poi sono scese in corteo -“spingendo” gli inermi pedoni a stare sul marciapiede per fare loro spazio- per la via Etnea, sino a piazza Università, tra fumogeni e qualche “bomba carta”. E nessuna voglia di parlare con i giornalisti. “No comment”: non parlano quelli del “tifo vero” del Catania.
Per l’evento c’è chi ha indossato una maglietta a sfondo “romantico” con slogan che parlano di “amore disperato” (per la squadra di calcio), c’è chi è sceso sul “giuridico-hegeliano” con scritta del tipo “dagli stadi ai tribunali lottiamo per i nostri ideali”, c’è chi è andato sull’ “usato-sicuro” con “Speziale libero”, chi l’ha messa sul “dinamico” con un “lava nelle vene”: insomma passione, passione, passione. Non a caso, c’è chi ha portato il figlio sulle spalle, magari con la maglietta degli “eroi di un tempo”(calciatori, non leader politici, ci mancherebbe), chi c’è andato con la “zita”, chi con i compagni di scuola. Un happening? Di più, di più, la dimostrazione da parte degli ultras che “il Catania siamo noi”. Mica Pulvirenti. Che è ormai è nella polvere e secondo molto tifosi anche…peggio. “Lascia Catania, lascia Catania, lascia Catania” ad un certo punto è slogan per l’ex “grande Presidente”: dietro, in fondo al corteo, uno striscione gli ricorda la vicenda “Windjet” con toni beffardi nella migliore tradizione del sarcasmo catanese. Il tutto, nel caos di fine settimana nell’arteria centrale della città, fra gente con i pacchetti dei pasticcini o la borsa della spesa. A guardare –taluni perplessi, altri increduli, altri assolutamente non consapevoli- quanto accadeva sotto i loro occhi. Specchio di un luogo dove si vive senza alcuna condivisione: non c’è in politica, figuriamoci per altro, molto più prosaico.
In questo luogo di nessuno possono così volare le “canzoni” della curva, le “note” su una squadra di pallone, niente altro: avrà “giustizia” l’ex “dream team”? L’abbiamo chiesto agli appassionati della sfera (di cuoio): tutto dipenderà dal “Potere che abusa”-questa la risposta più “gettonata”. Gli “abusi”(del Potere) per tanti catanesi evidentemente sono quelli contro la squadra di calcio. Non altri. Che fare? La “scelta strategica” sembra venire fuori: andare a Roma, in occasione del “processo sportivo”. Quando, con ogni probabilità, Catania finirà agli “inferi pallonari”. In quelli civili c’è già da decenni. Anche e soprattutto oggi, con la sua “buona borghesia”, quella “giusta e solidale”, al governo.

 

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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