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L’impermanenza mutevole di Anna Maria Basso

L'ex dirigente scolastica, al suo esordio nella narrativa fa resoconto coi pensieri rimossi

L’ impermanenza è uno stato in cui tutto è destinato ad essere transitoriamente di passaggio.

Nel romanzo in questione, dal titolo L’impermanenza, pubblicato per i tipi di Manni editori, la potentina Anna Maria Basso, dotata di uno stile davvero imponente, riesce con esaltazioni geniali a mettere in luce la diversità del concetto di eraclitiana memoria di Panta Rei.

La contrapposizione è verso uno stato di ridondante e massacrante memoria, che sviluppa il protagonista principale: Pietro.

Pietro è tutti noi

L'impermanenza e la sua autrice
L’impermanenza e la sua autrice

Sin dalle prime battute, scorrendo L’Impermanenza, si coglie quella strana sensazione di disagio e di angoscia che Pietro vive anche per semplici e poco preoccupanti, a “guardarle” dall’esterno, azioni, che fanno intendere molteplici interpretazioni delle caratteristiche psicologiche che un essere umano può trovarsi ad affrontare nolentemente.

Pietro Vanni, è alla sua prova esistenziale. Reporter tra i migliori, addestrato dal suo capo Albert, viene spedito assieme ad un esperto di alture mistiche e orientali, Rajan, in Nepal, sull’Everest.

C’è da studiare un fenomeno preoccupante. Nuvole marroni che minacciano l’ambiente.

 

L’impermanenza crea disagio?

La potenza dall’aeroporto di Luca è tutto dire.

Pietro che sembra svogliato, se non ansioso, altro non è che spaventato.

Traducendolo in una ottica psicogena, ci appare come un nevrotico al confine della psicosi che potrebbe coinvolgerlo.

Così sin dal volo in un aereo piccolo, vive con disagio le meraviglie che può guardare dall’oblò/finestrino che dovrebbe fotografare; vive con disagio il solo pensiero di stare su alture che sfiorano gli 8000 metri sul livello del mare. È in parte arrogante con la guida che incontrerà, tanto che però nel ritorno alla lucidità, chiederà scusa, con una pacca sulla spalla.

L’impermanenza della memoria

Il primo impatto, violento, si presenta con le difficoltà di proseguire lungo un ponticello, di quelli in legno dove le travi dove si poggiano i piedi si distanziano di centimetri tra loro, e il vuoto è li. Sotto il tuo naso. Dove al sol guardare appare il fiume, distante, che scorre, che gli crea quella brutta sensazione di blocco che supera l’ansia: entra in panico e rimane bloccato, tanto che dovrà essere aiutato e sollecitare per proseguire. Ma è tutto così semplice? Certo che no.

Dicevamo prima che dalla memoria a lungo termine emergono pensieri del suo vissuto, quel vissuto dal quale sempre è fuggito, prima dagli altri, poi da se stesso, sino a delinearne un profilo disturbato, di un talentuoso e bravo professionista quale è.

Anna Maria Basso tocca il cuore

Anna Maria Basso
Anna Maria Basso

L’autrice de “L’impermanenza” frattanto fa rivivere ciò che è l’ansia quando si presenta improvvisa nella sua drammaticità, che per nulla è vero che si supera bussando alla porta della paura e la si guarda in faccia e tutto sparisce, fionda il lettore a guardare assieme a Pietro nel baratro sotto il ponte: vi è il fume, si rammolliscono le gambe, manca il fiato, la fame d’aria ti prende, ti senti disorientato.

Appare la testa di Giulia sfracellata su una roccia, si rivide Pietro che va dalle suore: il doppio terrore, quello dello stress post traumatico che accompagna Pietro nella sua vita, ecco perché per lui la vita è impermanente: forse più per una questione di dimenticanza di eventi dolorosi e davvero brutti, che lo coinvolgono in prima persona. Ricordi sin dalle scuole, quando il branco si spingeva oltre nel tentativo di stupro.

Il parallelismo con la cultura del luogo dove si trova, amplifica ancor di più il grave malessere di Pietro: la donna non ha valore alcuno, è gestita dalla volontà del maschio, chiunque esso sia, padre, marito, fratello, deve sottostare e Pietro sa che la donna non deve sottostare solo in certune culture, ma anche nella sua dimensione occidentale di italiano, la donna ha subito perché non voleva sottostare alle intemperie di ragazzini, adulti, orchi, al quale appartenne.

L’impermanenza

L'impermanenza copertina
L’impermanenza copertina

Questo singolare romanzo, è rivelatore per ogni persona e per diverse dimensioni vitali che lo coinvolgono. Non nascondo che già alla terza pagina io tremavo essendo un noto pauroso dell’aereo.

Proseguendo nella lettura mi sono reso conto della grandezza dell’autrice nell’espletare il terrore e i suoi misteri: cosa si nasconde dietro le nostre angosce? Perché un ansiolitico non guarisce? Perché una terapia di qualunque scuola, spinge a riempire le tasche di validi professionisti che spesso si trovano, loro malgrado, nel non saper più come aiutare una persona con un disagio, piuttosto che consegnare chiavi di lettura nuove per risolvere arcani?

E ancora perché incontriamo persone che ci dicono che ragioniamo “solo a modo nostro”, che altro non sarebbe che il ragionare o pensare come vorrebbero loro?

E infine chi è questa magica penna che ha scritto questo romanzo, che, mi incazzo molto, quando incontro un libro degno di esser diffuso da major editoriali e invece (e meno male che ci sono gli editori indipendenti, che fanno un buon lavoro) ne vengo a conoscenza soltanto dopo un medio lungo periodo dalla pubblicazione?

Rispetto per le discipline psicogene, ma c’è altro: l’impermanenza

Sta di fatto che il messaggio terapeutico ed ontologico della Basso, supera di gran lunga inutili incontri a sedute. Seppur schietto e durissimo nell’affrontarne la tematica, il testo è una terapia d’impatto che non può che metterci a confronto con le nostre identità, perché non è per nulla vero che una persona che pensa e che subisce dolori dell’animus è un malato: no, è invece una persona che seppur affonda nel dolore, sta abbattendo la chimera che non gli ha dato respiro. Fosse una seduta di laurea, darei lode, bacio accademico, menzione e proposta di pubblicazione.

Scusandomi per non aver seguito un filo logico nell’esposizione di questa recensione.

 

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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