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“Ilardo ucciso per non farlo parlare coi magistrati”

«Luigi Ilardo fu ucciso per impedirgli di parlare con i magistrati, ai quali voleva fornire informazioni sui mandanti esterni delle stragi e sui rapporti fra Cosa nostra, massoneria e apparati deviati dello Stato». Il colonnello dei carabinieri Michele Riccio ha risposto per quasi quattro ore alle domande del pubblico ministero etneo Pasquale Pacifico, ricostruendo dettagliatamente i suoi rapporti con la fonte “Oriente”, nome in codice di Ilardo, davanti ai giudici della terza Corte d’assise penale di Catania presieduta da Rosario Cuteri (giudice a latere, Iolanda Apostolico), davanti ai quali è in corso il processo per l’omicidio dell’ex boss doppiogiochista, ucciso il 10 maggio 1996, pochi giorni prima di formalizzare il suo rapporto di collaborazione con la giustizia.

Per tre anni, dall’agosto del 1993 fino alla morte, Luigi Ilardo, cugino del capo di Cosa nostra nissena, Giuseppe “Piddu” Madonia, è stato un prezioso confidente di Riccio, prima alla Direzione investigativa antimafia (Dia) e dopo da aggregato ai Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri. Tre anni in cui Ilardo ha consentito al colonnello di catturare una serie di boss di prima grandezza delle provincie di Catania, Messina e Caltanissetta, scalando contemporaneamente le gerarchie mafiose nissene con l’obiettivo di avere “titolo” per incontrare Bernardo Provenzano. E farlo arrestare. Ma qualcosa non funzionò e il 31 ottobre del 1995, quando finalmente il confidente riuscì a incontrare l’allora capo di Cosa nostra, a Mezzojuso (Palermo): i carabinieri non intervennero e Provenzano rimase latitante altri undici anni.

Secondo la versione di Riccio, l’allora colonnello Mario Mori, numero due del Ros guidato dal generale Antonio Subranni, gli avrebbe impedito di catturare il superboss. Sulla mancata cattura di Provenzano, a Palermo è in corso il processo d’appello a carico dello stesso Mori e del colonnello Mauro Obinu, assolti in primo grado. Il Tribunale di Palermo, in quello che potremmo definire il prequel del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, non ha creduto alla versione del colonnello Riccio, che iniziò a parlare della vicenda nel 1997, solo dopo l’inizio dell’inchiesta ligure sul traffico di droga messo su dall’alto ufficiale e dalla sua “squadra” della Dia di Genova, costatagli il carcere e una condanna definitiva a quattro anni e dieci mesi di reclusione.
Era in servizio alla Dia, il colonnello Riccio, quando, nel 1993, l’allora direttore Gianni De Gennaro gli affidò la gestione di Ilardo, all’epoca in cella a Lecce. «Accettai – ha spiegato Riccio – perché il colonnello Domenico Di Petrillo, che lo aveva incontrato con De Gennaro, mi disse che Ilardo intendeva parlare di rapporti con massoneria e istituzioni deviate e perché nelle sue dichiarazioni c’era un nome, quello di Luigi Savona, un massone in cui mi ero imbattuto anni prima a Torino, legato alle SS italiane e anello di congiunzione con Palermo: lo avevo indagato per una serie di attentati di marca neofascista del 1974». Più avanti, nel corso della sua testimonianza, chiarirà che «m’interessava trovare la “chiusura” dell’attività iniziata col generale Carlo Alberto dalla Chiesa». Già, ché Riccio era stato uno degli ufficiali di punta dell’antiterrorismo degli anni 70-80, protagonista della sanguinosa irruzione nel covo brigatista di via Fracchia, a Genova, nel marzo del 1980. Un “Mito”, il colonnello Riccio, per i militari dell’Arma.
Cercava la “chiusura” delle indagini di quarant’anni prima sull’eversione neofascista, forse aveva intravisto quel “filo nero” che i magistrati della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Palermo stanno esplorando nel processo “Trattativa” proprio indagando sul passato remoto del generale Mario Mori, il cui nome oggi è risuonato per ore nell’aula della Corte d’assise di Catania. Quasi fosse l’imputato del processo che, invece, vede alla sbarra i boss mafiosi Piddu Madonia, Enzo Santapaola, Maurizio Zuccaro e Benedetto Cocimano.

Avrebbe potuto raccontare tante cose, ai magistrati, Luigi Ilardo, elenca Riccio: sugli omicidi Mattarella, Insalaco, La Torre, sulla mancata strage dell’Addaura, sui presunti rapporti fra Madonia e un magistrato di Caltanissetta, sui suoi presunti rapporti coi senatori Sudano e Grippaldi, sul generale Subranni, con Dell’Utri e Forza Italia e altri ancora. Ma sono rimaste solo enunciazioni, ipotesi non suffragate da prove, suggestioni investigative. La sua carriera di aspirante “pentito” è stata stroncata una calda sera di primavera, quando quattro killer lo aspettarono sotto casa e lo crivellarono di proiettili, dopo che nei giorni precedenti erano filtrate svariate indiscrezioni sul suo essere in procinto di diventare collaboratore di giustizia. Indiscrezioni successive all’incontro romano del 2 maggio 1996, nella sede del Ros, coi procuratori di Caltanissetta e Palermo, Gianni Tinebra e Gian Carlo Caselli e con la pm Teresa Principato («che prendeva appunti»). Presente anche Riccio. Oltre due ore di testimonianza di cui non esiste verbale né registrazione. Solo le versioni discordanti dei presenti, a partire dall’atteggiamento di Ilardo. Secondo il racconto di Riccio, “Oriente” aveva la sedia di fronte a Tinebra, ma la spostò platealmente mettendosi di fronte a Caselli. Né quest’ultimo, però, né la dottoressa Principato, sentiti nel processo per la mancata cattura di Provenzano, hanno ricordo di tale presunto gesto provocatorio.

Dei “segnali” ai danni di Ilardo, invece, sono agli atti tracce abbondanti, ma nessuno – Riccio incluso – li tenne nella dovuta considerazione. E fughe di notizie. L’ultima, da Caltanissetta, proprio il giorno del delitto. E “Giggino” il doppiogiochista dovette dire addio alla possibilità di cambiare vita e alla vita stessa, rimasto schiacciato da un sistema criminale che non ammette defezioni.
Il Processo è stato aggiornato al prossimo 30 marzo, quando il colonnello Michele Riccio dovrà sottoporsi al controesame degli avvocati difensori dei quattro imputati.

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Redazione

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