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Il viaggio del duo Parentela-Longo nella psicoterapia del mare

Le due autrici, con 'Un viaggio chiamato psicoterapia', sanciscono il dialogo oltre l'inconscio

Alessandra Parentela e Michela Longo lo scorso anno a Catania per la II edizione del Premio Etnabook – Cultura sotto il vulcano, si sono affermate con Un viaggio chiamato psicoterapia (CTLeditoreLivorno) come migliore opera prima.

A distanza di quattro mesi e in vista di una nuova pubblicazione da parte della Parentela, che ha ultimato la stesura di un suo nuovo libro che verrà pubblicato a breve e con una pandemia che non dà tregua le abbiamo contattate per intervistarle su questo speciale volume che tanto sta facendo parlare delle due autrici, una paziente, Michela e l’altra psicoterapeuta, Alessandra.

Da dove nasce l’idea di scrivere un libro a quattro mani? Quali sfide e difficoltà avete incontrato durante la stesura?

Clicca sulla cover per acquistare il libro
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«Questo libro trae la sua origine dalla relazione profonda ed unica tra terapeuta e paziente. L’idea del libro nasce in modo molto naturale perché rappresenta l’unione perfetta di due intenti complementari: da una parte l’obiettivo di Alessandra di scrivere un libro innovativo sulla psicoterapia, dall’altra il tentativo di una paziente tra le più difficili che lei abbia avuto di comprendere a fondo il percorso psicoterapeutico attraverso la scrittura di dettagliati resoconti di ogni seduta.

E un giorno ci siamo dette che avevamo tutti gli ingredienti per poter scrivere un libro insieme.

Il nostro obiettivo è di voler accostare le persone alla psicoterapia, addentrandole in un vero percorso in cui potersi immedesimare, sminuendo quell’alone di vergogna e mistero che ancora c’è dietro al bisogno di rivolgersi allo psicoterapeuta. Chi va dallo psicoterapeuta ha problemi come li hanno tutti. La differenza con chi non ci va è che chi inizia un percorso terapeutico si mette realmente in gioco e vuole iniziare a risolverli.

È un libro che parla di esistenza e si interroga sul senso della vita. Il messaggio più forte che vuole dare è come sia nelle relazioni umane che si trova la risoluzione di qualsiasi conflitto. Il motivo è che nella condivisione si trova la felicità.

Riguardo alle difficoltà incontrate scrivendo, ci verrebbe da rispondere nessuna in particolare. Non siamo scrittrici di professione, era la prima volta per entrambe e ci siamo lasciate in un certo senso guidare dalla voglia di scrivere e dal piacere di farlo insieme. Sapevamo di avere molta sintonia e scrivere questo libro è stata solo un’ulteriore conferma di questo.

In ogni caso, scrivere a quattro mani è stata una bella sfida perchè l’importante era scrivere la storia del percorso e scriverlo a quattro mani ci ha permesso di confrontarci in continuazione per capire che quello che stavamo buttando giù poteva prendere una sua logica per coinvolgere meglio il lettore addentrandolo in una psicoterapia non pesante ma romanzata e quindi con quella fluidità che potesse permettere a chiunque di identificarsi ed emozionarsi».

Che significato ha avuto per voi questo viaggio?

Alessandra«scrivere il libro è stato entusiasmante ed illuminante poichè come psicoterapeuta ho capito la vera importanza della relazione in psicoterapia. La cura passa attraverso la relazione. Lo psicoterapeuta deve restare continuamente in contatto con le sensazioni e le emozioni che il paziente riferisce. Da questa continua attenzione e comunicazione a livello emozionale viene tracciata la strada migliore da seguire per chi viene a chiedere aiuto. È così che la relazione con il terapeuta può essere un valido strumento per sanare le ferite legate alle relazioni passate.

Michela – paziente«scrivere un libro come paziente è stata una grande esperienza, direi unica. Scrivere in sé è diventata una passione per me. Durante la terapia e quando abbiamo preso la decisione di scrivere insieme… beh lì è stato uno dei momenti più gratificanti della mia vita. Sentivo che stavo finalmente facendo qualcosa di realmente importante per me».

Alessandra Parentela e Michela Longo con il loro libro
Alessandra Parentela e Michela Longo con il loro libro

Il mare come “medicina”?

«Il mare è stato il nostro collante perchè entrambe lo adoriamo. È un potente anti depressivo il mare, calma l’ansia. È una medicina dell’anima. A contatto con il mare il nostro organismo rilascia sostanze chimiche come la dopamina, la serotonina e l’ossitocina. Ed è così che l’ultima parte del libro ci vede sedute di fronte al mare a parlare di esistenza e dei risultati raggiunti durante la psicoterapia».

Quali sono le qualità che il terapeuta deve avere verso il suo paziente?

«Le qualità che deve avere un terapeuta sono senz’altro l’empatia e la capacità di ascolto. Un ascolto che deve essere non giudicante e non critico, in grado di tirar fuori dal paziente quelle qualità che già possiede ma che non riesce a vedere e solo con un’arte maieutica riesce a tirar fuori dalla persona ciò che sente realmente di essere».

“Un viaggio chiamato psicoterapia” è vincitore del premio “Miglior Opera Prima” al Festival della Cultura di Catania Etnabook 2020. Raccontateci questa esperienza.

«Aver vinto il Premio Miglior Opera Prima al Festival della Cultura di Catania Etnabook 2020 è stato inaspettato ed è lì che abbiamo capito entrambe che l’importante è credere in quello che si sta facendo perchè i sogni, potendosi avverare, ti possono catapultare in una nuova realtà».

Potete darci qualche anticipazione sui vostri prossimi progetti editoriali?

«Avremmo l’obiettivo di scrivere un nuovo libro insieme. Non c’è ancora una vera e propria pianificazione del lavoro ma diciamo che le idee non mancano. La nostra sintonia intellettuale non si è ancora minimamente esaurita pertanto ci piacerebbe “usarla” per continuare a fare insieme quelle riflessioni esistenziali che speriamo possano nuovamente emozionare i nostri lettori».

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".
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