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Il Procuratore Salvi va via dalla città normalizzata

L’ultimo giorno ufficiale di Giovanni Salvi alla Procura della Repubblica è culminato in un incontro con i giornalisti nella sala delle adunanze. Accanto a lui colui che prenderà il suo posto in attesa della nuovo nomina del Csm, Michelangelo Patanè: e ancora il dirigente amministrativo Michele Russo.

Salvi anche nella sua ultima giornata catanese, prima di raggiungere Roma e la Procura Generale, ha mantenuto fede al suo stile: toni pacati, elogi per tutti, cordialità con la stampa. Insomma, polemiche zero. Al massimo, il procuratore ha ricordato che l’ufficio ha carenze numeriche per il personale amministrativo, mentre i magistrati sono quasi a pieno organico.

L’ultimo “bilancio” di Salvi, quindi, è nettamente positivo: lo dicono i numeri (pendenze in diminuzione), lo dicono alcune scelte di civiltà giuridica (riduzione netta delle “porte girevole”, ovvero degli arresti che durano pochi giorni, secondo la tesi del capo dell’ufficio requirente per il quale “in galera ci va chi ci deve restare”). Peccato, però, che i processi per reati contro la Pubblica Amministrazione vivano i soliti “travagli” al Palazzaccio: finiranno tutti o quasi in prescrizione? Chissà.

E su Catania in generale? “Un’esperienza appassionante”. E con la stampa?” Eccellente rapporto”. Certo a volte è stato forse un “po’ brusco” , ma lo ha fatto per garantire che non ci fossero “canali privilegiati nella conoscenza delle notizie”. Ma è andata veramente così? Non ci sono stati “canali privilegiati”? A noi sembra una lunga “battaglia”, che a Catania sembra ancora “all’alba”.

Insomma, lo “stile Salvi” si è confermato: uno stile di toni bassi, in linea con una personalità di assoluto valore culturale e di grandi capacità “politico-diplomatiche”. Un “uomo di mondissimo” –avrebbe detto qualcuno nei corridoi del Palazzaccio. Del resto, il sindaco Bianco gli ha pure consegnato, sotto l’applauso della giunta “allargata” al commissario del Porto Cosimo Indaco, l’ “elefantino d’argento” per i suoi meriti antimafia. E che nessuno pensi ad altro…che non c’è.

Sullo sfondo, rimane una città che secondo le “voci della propaganda” sarebbe in una fase di presunta “liberazione”. Perché? Alla luce della condanna in primo grado dell’ex presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e dell’indagine per concorso esterno contro l’editore Mario Ciancio, che quasi certamente finirà a processo: due “pezzi da novanta” del “vecchio” sistema di Potere. Oggi, sotto l’Etna, invece, ci sarebbe “aria di cambiamento”.

Non è vero niente: caso mai, le relazioni che si possono notare fra istituzioni e poteri dello Stato lasciano pensare ben altri scenari. E c’è chi crede di avere “in mano” la città: sarà un’illusione o un giusto calcolo?

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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