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Il palcoscenico della vita. Esperienze di vita vissuta nella letteratura e nell’arte

In occasione della prima prova dell’esame di maturità, ci siamo cimentati studenti. Tra Calvino, comunicazione social, resistenza, migrazione e diritto all’istruzione, abbiamo scelto di sviluppare la traccia artistico-letteraria che ha visto come argomento “La letteratura come esperienza di vita” redatta proprio come articolo giornalistico

“Io ho bisogno di esprimere. Come, quanto, quel che posso, ma esprimere. Può non stormire un albero se il vento lo muove?”. Sono le parole di Stefano Pirandello, drammaturgo, figlio del celebre Luigi.

Ed è proprio da questo assunto che si denota la cornice di riferimento entro la quale si colloca la letteratura. Diversi i tentativi , nei secoli, di definire cosa fosse. Dai tempi di Aristotele a Genette si è contribuito alla definizione di letteratura come finzione, cedendo il passo, grazie ai formalisti russi, a qualcosa che non guardasse esclusivamente il concetto vuoto e legato al contenuto ma come qualcosa che fosse avvertita come straniante. Qualcosa, cioè, che disturbi le forme abituali e automatiche della percezione attraverso il linguaggio.

Lo stesso linguaggio che per Borges in “Conversazioni americane” è uno dei numerosi aspetti della vita, come le parole e la poesia. Un linguaggio che può esprimere sentimenti, magari malinconici da come si evince dai freddi colori della “Chair Car” di Edward Hopper.

Il linguaggio, verbale e non, fa parte di noi. Indispensabile per capire, farsi capire, e raccontare.
Ed è spesso la letteratura stessa, in prosa o in poesia, ad essere raccontata. E’ il caso dei versi del V canto dell’Inferno di Dante che vede protagonisti Paolo e Francesca, per i quali galeotto del loro amore proibito fu proprio la lettura del testo che rievoca l’amore di Lancillotto e Ginevra “Per piú fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse”.

Letteratura che ci avvicina e ci strania, ma che può disturbare i nostri sensi, proprio perché evoca qualcosa “altro da noi” ma che parla di noi, e non potrebbe esistere se non esistessero i lettori. L’empatia e l’effetto catartico della fruizione letteraria è oggetto si rintraccia anche nelle parole del critico letterario Ezio Raimondi il quale intravede nell’atto della lettura un momento intimo e di riflessione su tutto quell’universo di sensazioni, emozioni, ed esperienze che rendono la lettura un viaggio all’interno della propria vita: “L’immaginazione della letteratura propone la molteplicità sconfinata dei casi umani, ma poi chi legge, con la propria immaginazione, deve interrogarli anche alla luce della propria esistenza”.
E chissà se anche la “lettrice di romanzi” di Van Gogh, raffigurata totalmente rapita dalla lettura, non sia volata con la fantasia alla scoperta della propria esistenza.

La letteratura è vita quotidiana, qualcosa che può anche aiutarci addirittura a vivere meglio secondo uno dei massimi teorici della letteratura, Tzvetan Todorov, perché contribuisce a entrare con l’immaginazione in mondi sconosciuti, a condividere emozioni di personaggi che magari sono il nostro opposto, di scoprire storie che non abbiamo mai sentito, e di analizzarci. Invita, inconsapevolmente, alla riflessione, come “la lettrice in abito bianco” di Matisse.

Permette, in sintesi, di essere protagonisti, e allo stesso tempo spettatori ,del palcoscenico della vita: “Non posso fare a meno delle parole dei poeti, dei racconti dei romanzieri. Mi consentono di esprimere i sentimenti che provo, di mettere ordine nel fiume degli avvenimenti insignificanti che costituiscono la mia vita. […]

L’arte, intesa nella sua accezione più ampia, è religione laica. Rappresenta uno dei pochi baluardi contemporanei ai quali chiunque, con la propria esperienza, può fare riferimento.

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