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Il mondo parallelo di Jean Calogero

Estremamente sensibile, un grande osservatore delle cose. Anche delle più piccole. Alla continua ricerca di risposte, anche nel silenzio. Una vita, o forse meglio dire due, vissute intensamente. Forse, come una delle tante favole che amava raccontare, «era un gran narratore». Così descrive il maestro Jean Calogero sua figlia Patrizia. Un viaggio nella memoria artistica e umana insieme anche alla nipote Ylenia e al genero Luigi Nicolosi. 

Quali sono state le influenze artistico- culturali del maestro?
«La formazione di base è accademica, ha studiato all’Istituto d’arte di Catania, ai tempi era proprio agli albori. In questo primo periodo nelle opere giovanili si può riscontrare l’influenza di Roberto Rimini. Per un breve periodo è stato anche a Roma, fra il 1944 e il 1945 – racconta Luigi Nicolosi- ma si rese conto che c’era più politica che pittura. Successivamente, dal 1947 in poi si è formato a Parigi. La sua era vera e propria fame di ricerca. In quel periodo si respirava il post-impressionismo. Le sue opere sono state frutto della contaminazione di tutto ciò che era tendenza a Parigi, e pian piano ha personalizzato il suo carattere, la sua personalità, il suo stile».

Come tutti gli artisti, ricordano gli eredi, anche Calogero dovette affrontare varie difficoltà. E dovette passare qualche anno prima che il suo talento si rivelasse al grande pubblico. Nel 1951 il destino volle che fu notato da un noto gallerista che nel 1951 gli fece allestire la prima mostra presso la propria galleria “Hervè”, e dopo appena tre anni vola addirittura negli Stati Uniti.

Ma quale era  il rapporto con la sua terra e con Aci Castello in particolare?
«Intorno agli anni 70 mio padre torna ad Aci Castello – spiega la figlia Patrizia- il luogo che gli da dato sempre i colori e il calore tipicamente nostro. Calore che in quel modo ha portato anche a Parigi. Ha avuto sempre questa doppia influenza, e questo lo ha reso sempre malinconico. Fino alla fine. Ad Aci Castello era attratto dalla famiglia e dalla serenità che questa gli dava, qui non c’erano gli stress che ha vissuto per tutta la vita».

Si possono individuare delle precise fasi?
«Inizialmente una fase post impressionista e surrealista, sempre in chiave molto personale e in virtù del suo vissuto. Si nota nelle numerose tele raffiguranti i volti di bambina intorno ai quali, comunque,costruiva qualcosa di molto più complesso. Successivamente metafisico per il concetto di progetto. Negli anni 60-70 fa sue queste varie esperienze ed inizia ad assemblare. Inizia quasi a scolpire le tele, inserisce tanta materie. Stucchi e olio in abbondanza. Nelle sue opere sono spesso presenti le donne. Vi è una evoluzione, dalla bambina passando per la donna fino a quest’ultima rappresentata con la maschera. Una donna con qualcosa da nascondere. Un mondo da celare al mondo. Ma sul finire degli anni 70 la donna subisce un’ulteriore “trasformazione” e diventa guerriera»

Ricorrono spesso nelle sue opere delle uova colorate “il suo tono pieno” spiegano, le maschere, i fili per dare leggerezza, la città di Catania, Aci Castello e Aci Trezza, le piazze e tanto colore. Sopratutto l’azzurro intenso dell’ultimo periodo. La malinconia e il sentimento contrastante nei confronti delle sue due terre, Aci Castello e Parigi, ha fatto si che anche nelle opere si rappresentino questi mondi paralleli attraverso un tocco personalissimo che oscilla fra l’onirico e il fantastico.

“Ogni artista ha il suo alfabeto. Dipingere vuol dire comporre, come attraverso note musicali” disse il maestro ad una giovanissima Maria Grazia Cutuli nella seconda metà degli anni ottanta, ricorda il genero Luigi.

L’immagine che conserva anche la nipote Ylenia è quella di un uomo che trasmette pace, il quale ha cercato sopratutto negli ultimi anni di rappresentare in maniera surreale il peso dolce e amaro della vita trascorsa, come si è evince dal “Pesciscibile”, una delle opere più rappresentative e note del 1970

Un uomo introverso, spesso come tutti gli artisti, diviso fra e da due mondi paralleli. Uno dei quali è ancora vivo, ad Aci Castello, nella sua casa adesso trasformata in museo.

«Il portamento non scopre dignità, nè letteratura, ma è agitato trascuratamente. Eccovi il mio ritratto» scrisse Ugo Foscolo.

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