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Il lato oscuro della filosofia: la Pop Philosophy

Il fenomeno della filosofia pop (filosofia popolare e/o della cultura popolare), che negli Stati Uniti è noto da almeno un decennio, sbarca anche in Italia, grazie all’associazione Popsophia, le cui iniziative culturali, innanzitutto i festival di filosofia, sono di solito accolte con favore dalla stampa italiana, e dalla stessa accademia, o almeno da quella parte rappresentata dai filosofi columnist, quelli cioè che – di solito bravi comunicatori – non ci stanno a prendere lo stesso stipendio dei loro omologhi professori universitari campani e siciliani, così vanno in televisione, scrivono libri con tirature da romanzi d’appendice, si occupano di cultura e di attualità politica nei quotidiani nazionali, fanno divulgazione eccetera. Ma che cos’è, in breve, la filosofia pop? In modo approssimativo diciamo: è la filosofia che si stacca dalla realtà accademica (e dai suoi luoghi tradizionali), per calarsi nel mondo del quotidiano e della cultura popolare, con la volontà di trasformarlo, ma soprattutto con la speranza di esserne trasformata, guadagnando un punto di vista critico sottratto al professionismo accademico, spesso considerato sterile e praticamente inutile. Il canale privilegiato dei filosofi pop è quello dell’analisi filosofica – la quale può seguire, almeno in linea di principio, sia le metodologie analitiche che quelle continentali – dei prodotti della cultura popolare, per esempio i fumetti, le sitcom, i cartoon, il cinema popolare, eccetera. Se si dovesse indicare una data di inizio per la filosofia pop, troveremmo probabilmente adeguato il 2000; anno in cui l’editore Open Court Publishing di Chicago pubblica Seinfeld and Philosophy: A book about Everything and Nothing (2000), di William Irwin. Ma è con il best seller pop-filosofico The Simpsons and Philosophy: The D’oh! of Homer (2001), curato da William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, che la filosofia pop si diffonde anche nel resto del mondo. Il libro è il secondo della lunga e fortunata serie Popular Culture and Philosophy della Open Court Publishing. Anche la casa editrice Wiley-Blackwell ha una sua serie filosofica dedicata al pop: The Blackwell Philosophy and Pop Culture Series. Tornando al capostipite, The Simpsons and Philosophy, la sua importanza non è solo cronologica. Infatti, il libro stabilisce alcuni dei tratti più distintivi della filosofia pop, sia dal punto di vista tematico, sia dal punto di vista linguistico e comunicativo, fornendo agli aspiranti filosofi pop preziose indicazioni metodologiche. Attraverso l’analisi dei personaggi della celebre sitcom americana ideata da Matt Groening negli anni ottanta, i saggi contenuti nel testo propongono inauditi e dissacranti confronti, che coinvolgono p. es. Homer Simpson ed Aristotele, Bart Simpson e Nietzsche. Il saggio di Mark T. Conard è un esempio di come la filosofia pop possa trasformarsi in un ottimo dispositivo divulgativo: interrogandosi sulla plausibilità di associare l’ideale nietzscheano di superuomo a Bart Simpson, espone in modo chiaro e accessibile a un laureato o a uno studente liceale modello il senso della filosofia di Nietzsche e il concetto di Übermensch. Bart Simpson è un superuomo nietzscheano? Molti sarebbero disposti ad affermarlo; ma per Conard la risposta è negativa: il suo atteggiamento contro ogni forma di autorità è troppo reattivo, molto lontano da ciò a cui pensava Nietzsche. La filosofia pop è spendibile anche sul piano della chiarificazione di concetti filosofici complessi, come mostra Kelly Dean Jolley, sostenendo la tesi che Bart Simpson è con molta probabilità un pensatore heideggeriano (o freghiano), in quanto antipsicologista (sic). Inoltre, non è inusuale per i filosofi pop analizzare la realtà sociale a partire dai prodotti della cultura popolare. Così, per esempio, Aeon J. Skoble vede nel personaggio di Lisa Simpson l’ambivalenza del popolo americano nei confronti della competenza, della razionalità e degli intellettuali. Ma la cultura popolare è più di destra o di sinistra? O meglio, è conservatrice o progressista? A giudicare da quanto scrive Lucrezia Ercoli, direttore artistico di Popsophia, parlando della fiction prodotta da Rai Uno È arrivata la felicità, è possibile a colpi di fiction abbattere stereotipi e preparare le coscienze a nuove forme di convivenza sociale e di felicità: «Sono bastate poche puntate di una fiction made in Italy per comprendere che la famiglia non è un’entità naturale e immutabile, ma una costruzione fluida, in continua evoluzione. […] Le fiction hanno anche una potente capacità di precomprensione: mostrano i cambiamenti sociali prima che si siano secolarizzati, immaginano una realtà felice alternativa prima che si sia normalizzata» (l’Unità, 08.11). I temi etici sembrano occupare un posto privilegiato. In realtà, però, questo è vero solo in parte. Non pochi prodotti della cultura popolare si prestano a riflessioni di ordine metafisico, per esempio la saga cinematografica di Harry Potter. Il libro The Ultimate Harry Potter and Philosophy: Hogwarts for Muggles (2010), a cura di Gregory Bassham, mostra come si possa avviare una riflessione metafisica, per esempio sul funzionamento e la natura dell’anima, a partire da una saga letteraria e cinematografica rivolta principalmente ad un pubblico di bambini. Un’altra grande saga cinematografica, in cui metafisica ed etica si intrecciano magistralmente, è quella di Star Wars. In attesa del settimo episodio, la cui uscita è prevista per il 16 dicembre prossimo, Popsophia ha deciso di fare del “Ritorno della forza” il tema dominante della filosofia pop italiana per il 2016. Dalle colonne de l’Unità Lucrezia Ercoli giustifica questa scelta affermando – a ragione – che Star Wars «è il poema epico fondativo» della mitologia pop contemporanea, una mitologia universale che fonde archetipi occidentali e orientali, aggiungendo che «il dialogo filosofico, lungi dall’essere una pacifica e innocua esposizione di punti di vista, deve tornare a essere una pericolosa guerra senza quartiere tra pensieri forti, che propongono visioni antitetiche della realtà, che hanno il potere di plasmare il mondo e modificare la nostra esistenza» (24.10). Ne sarà contento Gianni Vattimo. Prima con il nuovo realismo di Maurizio Ferraris, poi con il dialetteismo di Diego Fusaro, ora con la pop-filosofia, il pensiero debole sembra perdere molto del suo originario fascino. Una cosa caratterizza dal punto di vista tematico questo nuovo genere filosofico: un costante riferimento ai personaggi della fiction. Ma se le cose stanno così, allora diventa essenziale riflettere su quale cornice ontologica collocare il discorso filosofico pop. Il dibattito attuale in ambito analitico tra filosofi realisti e filosofi meinonghiani (dal filosofo Alexius Meinong, 1853-1920) potrebbe fornire interessanti spunti di riflessione, oltre che un terreno di confronto tra analitici e continentali. La dottrina ontologica che a me pare più vicina alle esigenze pop è il meinonghismo. Infatti, i filosofi meinonghiani, tra i quali occorre menzionare l’italiano Francesco Berto, a differenza dei realisti, sostengono che il discorso sui personaggi della fiction è logicamente simile a quello su papa Francesco o Bob Kennedy. Parafrasando Irwin, come può la filosofia, che è la teoria generale di tutte le cose, occuparsi di nulla (considerato che Batman, Superman, Lisa Simpson non esistono)? Il meinonghismo può fornire un tipo di risposta.

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