fbpx
GiudiziariaInchiesteNews

IL GIANCARLO BERRETTA E LO SCUTO

C’è anche lo zio dell’ex sottosegretario alla Giustizia e deputato nazionale del Pd Giuseppe Berretta nell’elenco degli arrestati dell’ operazione “The Band” che ha scoperto le incredibili ruberie (in totale 14 milioni di euro!) ai danni dell’istituto musicale “Bellini”.

Classe 1949, Giancarlo Berretta, imprenditore, indagato per concorso in riciclaggio e partecipazione all’associazione, è fratello di Paolo, docente di diritto costituzionale, già vicesindaco e assessore di Bianco negli anni Novanta e deceduto tempo fa. Suo figlio Giuseppe è attualmente sottosegretario alla Giustizia, dopo una carriera all’ombra di uno dei nuclei familiari egemoni a Catania da decenni (il gruppo familiare Berretta-Laudani-Scuderi). Subito, l’ex sottosegretario ha fatto sapere di non avere da tempo rapporti con lo zio, con il quale sarebbe stato anche avversario in Tribunale.

“Giancarlo Maria Benvenuto Berretta, legale rappresentate di più società che solo apparentemente hanno fornito beni e/o servizi all’Istituto musicale ritenuto concorrente nei reati di riciclaggio e partecipe della presunta associazione a delinquere”: questo è stato scritto dagli inquirenti dell’inchiesta sul “Bellini”. L’imprenditore Berretta ha una lunga storia di attività a Catania: negli anni Novanta, nacquero “BlockBuster” e “Computer Discount”, due iniziative legate al videonoleggio e alla nuove tecnologie.

Chi c’era in questa nuova “grande avventura” imprenditoriale? Proprio lui, Giancarlo Berretta, assieme ad un volto già noto della “Catania Bene”, Sebastiano Scuto, il “Re dei Supermercati” di Sicilia a marchio “Despar”. Con il passar del tempo le cose non sono andate poi bene, ma certo fra una chiusura e un arresto passa una bella differenza.

Infatti, ad inizio anni Duemila, nel 2001, Sebastiano Scuto finisce due volte in carcere: una sua richiesta della Procura della Repubblica, una su richiesta della Procura Generale, dopo l’avocazione per “malagestio”, dopo scontri e polemiche feroci dentro il Palazzo di cosiddetta “giustizia” di Catania.

E’ una delle “micce” del “Caso Catania”, ovvero la denuncia della “città degli amici”, delle finte opposizioni di sinistra e di destra e dei suoi meccanismi perversi, delle omissioni della Procura della Repubblica, dei controlli inefficaci sullo spreco del denaro pubblico e dei quartieri popolari depredati, protagonisti due magistrati, il Presidente del Tribunale dei Minorenni Giambattista Scidà e il sostituto procuratore Niccolò Marino.

La “Catania ufficiale”, compreso naturalmente il giornalismo di corte, mascherato da antimafia&legalità, fa di tutto e di più contro di loro e contro chi s’azzarda a sostenerli. Nel frattempo, la vicenda di Scuto (che si è sempre dichiarato vittima della mafia) è andata avanti: l’8 giugno prossimo la Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi sul ricorso della difesa di Scuto dopo la confisca subita a gennaio scorso, disposta dalla Corte d’Appello-Misura di Prevenzione, collegio presieduto da Salvatore Costa.

E’ stato confiscato quasi l’intero patrimonio di Scuto, dei suoi figli e della moglie. Restano fuori solo i beni acquisiti dall’ex re dei supermercati prima del 1987. Per Scuto, inoltre, la Corte ha stabilito la misura di prevenzione della sorveglianza speciale per tre anni, con obbligo di dimora, perché secondo i giudici vi sono elementi per la sussistenza della pericolosità sociale dell’imprenditore.

L’anno precedente la seconda sezione penale della Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa emessa, l’8 ottobre del 2015, dalla Corte d’appello di Catania contro Scuto. Gli ermellini hanno annullato con rinvio la sentenza al punto relativo all’individuazione del “quantum” confiscabile e per il punto della “prova della durata della permanenza della partecipazione dello Scuto all’organizzazione criminale”.

Diventa definitiva ancora l’assoluzione dall’accusa di avere gestito a Palermo centri commerciali in comune con i boss Bernardo Provenzano e i fratelli Lo Piccolo. Ma la Suprema Corte mette un punto importante in chiaro (lo aveva già fatto per la sentenza del 2015): “può dirsi definitivamente accertato che Sebastiano Scuto, imprenditore nel settore della distribuzione alimentare, socio e amministratore di Aligrup Spa, da vittima del clan mafioso Laudani, con il passare del tempo, intorno all’anno 1987, era divenuto imprenditore colluso che contribuiva attivamente all’attività del sodalizio mafioso, riciclando e investendo gli illeciti profitti nell’organizzazione criminosa attraverso la realtà economica dell’Aligrup Spa e ricevendo in cambio protezione, finanziamenti e aiuti di varia natura”. La Suprema Corte aggiunge che:

nel caso in esame, con motivazione adeguata e non risolutamente confutata, è stato affermato che la Aligrup Spa, società nella quale sono confluite le attività imprenditoriali riconducibili allo Scuto e ai suoi familiari, è una impresa lecitamente costituita ed organizzata, risultando parzialmente inquinata da immissione di risorse di illecita provenienza della famiglia mafiosa dei Laudani.

Mostra di più

Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

Potrebbe interessarti anche

Back to top button