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Società

Il femminismo esasperato del “manspreading” colpisce anche Catania

Succede che ogni piccolo gesto quotidiano si trasformi, inevitabilmente, in una lotta di uguaglianza tra i sessi. Dal sangue mestruale spalmato in faccia fino alle manifestazioni con i capezzoli al vento  per legittimare “battaglie” femministe esasperate al limite del fanatismo.

Ma a tutto c’è un limite (o almeno si spera). Oggetto di dibattito, stavolta, è il “manspreading” termine inglese che indica l’invasione da parte degli uomini di uno “spazio”, come ad esempio i posti in metropolitana,  dato dal sedersi con le gambe larghe. Tante sono le attiviste in tutto il mondo che hanno “lottato” contro quest’abitudine, a loro dire prettamente maschile. Ma cosa si cela dietro tanto fastidio? Perché tra tutte le disparità quali la tassazione sugli assorbenti o le più classiche quote rose, ci si concentra su come una persona si siede in un luogo pubblico?

Fin da piccole a “gambe strette”

“L’educazione impostaci fin da piccole” è ormai una frase cliché facente parte del bagaglio di ogni finta femminista che si rispetti. E anche qui torna prepotentemente come giustificazione.  Le donne, già da bambine, hanno ricevuto l’insegnamento di sedersi composte e a “gambe strette”.  Gli uomini, invece, frutto di una società patriarcale, tenderebbero ad occupare ogni spazio possibile come se fossero legittimati a farlo, in quanto “sesso forte”. Nascerebbe proprio da questo concetto contorto il “manspreading”.

In America, in Spagna, in Turchia e in Inghilterra le donne lottano dal 2014 contro questa spiacevole abitudine. Ed effettivamente, alcuni Stati hanno riconosciuto e preso provvedimenti.

#Staialtuoposto è l’hashtag catanese per il manspreading

La polemica femminista, da qualche tempo, ha infiammato anche Catania. Sui social, grandi protagonisti della promozione di questa battaglia, la pagina “Stop manspreading Catania” ha lanciato l’hashtag #staialtuoposto. Sul profilo è possibile visionare le prime segnalazioni che inquadrano perfettamente la postura maschile scorretta sui sedili di un autobus o in metro.

Il “disagio” è evidente. Ma non basterebbe chiamare semplicemente le cose con il proprio nome, invece di abbandonarsi all’idea della parità di genere? Perché definire “maschilismo” la pura maleducazione? Ma quesito ancor più importante: quante donne, davvero, si siedono come principesse?

 

 

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