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Il Don Giovanni di Esposito è sensuale e sfacciato

Mozart al Teatro Massimo Bellini per la stagione lirica

Per molti catanesi l’arrivo dell’autunno vuol dire la prima di ottobre al Teatro Massimo Bellini che quest’anno ha riportato sulle scene un eccitante (è proprio il caso di dirlo) Don Giovanni, in un nuovo allestimento, con la regia di Francesco Esposito, geniale sotto molti aspetti, pur mantenendo l’eleganza di un minimalismo tutto affidato ad una simbologia precisa ed efficace.

Il primo sentore di un evento emozionante comincia a sentirsi nell’aria un’ora dopo il tramonto, quando inusuali figure in elegantissimi abiti da sera provenienti da tutte le direzioni, si dirigono verso il teatro. L’aria si riempie di aspettative e piazza Teatro si riempie, qualche indiscrezione già comincia a passare, maschere indaffarate si destreggiano tra i loro compiti passando quasi come ombre tra carabinieri in livrea e polizia municipale in divisa ufficiale, tutto sotto le sfavillanti luci di un teatro tirato a lucido per l’occasione.

Si abbassano le luci, le voci registrate in tre lingue raccomandano di spegnere i cellulari e annunciano un cambio della cantante che interpreta Donna Elvira.

L’orchestra è diretta dal Maestro Salvatore Percacciolo, ineccepibile come sempre, leggermente più lenta di quanto siamo abituati ad ascoltare Mozart ma capace di beare l’orecchio dello spettatore fin dalle prime note. All’apertura del sipario, dopo l’ouverture, diventa immediatamente chiaro allo spettatore che l’intento del regista è quello di raccontare un Don Giovanni per quello che è: un ragazzo innamorato della vita e dei piaceri che questa offre, che siano femmine o buon vino e come tutte in fondo cedano consapevolmente al fascino del seduttore.

La scena per tutta l’opera è sovrastata da un enorme cammeo raffigurante il profilo di Don Giovanni, cammeo che lui stesso dona, come ponendo un marchio, al collo delle donne che conquista dopo averle deflorate.

Un Don Giovanni sensuale, dalla voce calda ma non cavernosa, come deve essere quella del baritono che interpreta il ruolo di un ragazzo, dalle movenze eleganti e sfacciate tanto da tentare di sedurre le donne dei palchetti al primo ordine, ottimamente interpretato da Vittorio Prato.

In un abito rosso come le rose che offre alle sue amanti, Prato diventa esso stesso offerta, nell’atto di donarsi completamente alla donna sedotta. Accompagnato da un bravissimo Gabriele Sagona, al suo debutto nel ruolo di Leporello. Lo stesso Sagona, quando andiamo a trovarlo per complimentarci in camerino, confessa il segreto di un ruolo così ben interpretato ovvero tantissimo studio e che, in fondo, Leporello è il suo alter ego. Parlando di un personaggio così complesso verrebbe voglia di approfondire l’argomento e speriamo di averne l’occasione potendolo riascoltare presto sul palco catanese.

Da contraltare i tre personaggi femminili, dalle voci ben distinte e distinguibili, quelle di Donna Anna, Annamaria Dell’Oste, Zerlina, Manuela Cucuccio, e Donna Elvira, Diana Mian, chiamata a sostituire Esther Andaloro. Una Donna Elvira che soffre le peggiori pene d’amore affogandole nell’alcol ma che non si da mai per vinta, fino alla fine.

In definitiva, anche se il teatro non era traboccante di spettatori, gli applausi, lunghi e sostenuti hanno confermato il successo di un Don Giovanni che vale assolutamente la pena di aver visto e di tornare a vedere. Contemporaneo ma senza strafare, che riesce a parlare ai sensi più che alla razionalità, come, sostengo fortemente, deve essere quest’opera.

Ma la cosa più divertente è osservare la reazione del pubblico, approfittando della pausa tra un atto e l’altro, tra gli scintillii del foyer. Sentire gli stranieri rimanere incantati e sorpresi da una rappresentazione assolutamente degna di un teatro europeo, capace di ospitare grandi cantanti all’interno di uno degli scrigni più preziosi che la nostra città ha da offrire, riempie il cuore di un catanese di orgoglio. Poi però suona la campanella del secondo atto e ritorni al tuo posto, accanto ad un pluriottuagenario il cui abito (e non scherzo) odora di naftalina, e lo senti sbruffare perché quando cantava la Caballé erano tempi migliori, e poi pensi che magari lo stesso simpatico e colto compagno di platea diceva la stessa cosa ai tempi della suddetta diva vantando le glorie della Tebaldi.

Quando ci si trova davanti alla bellezza, e il Don Giovanni messo in scena al Bellini è Bello, non si può fare altro che lasciarsi andare e goderne altrimenti si è perso il vero motivo per cui si va a teatro e non oso immaginare circostanza più triste.

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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