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Cinema tra omosessualità ed identità, parla Emanuele Liotta

Il mondo del cinema ha proposto sempre uno sguardo su una superficie di realtà. Anche la tematica dell’omosessualità è stata centro di riproduzioni cinematografiche in veste più o meno “corretta”.

A introdurci in questo spinoso percorso è Emanuele Liotta, segretario dell’Associazione Queers, intervisto da Alfredo Polizzano nel corso della rubrica “Un caffè con..”, e prossimo autore di una pubblicazione sull’argomento curata dalla casa editrice “Villaggio Maori”.

Il termine Queer

Il nome dell’associazione, “Queers”, si rifà ad un al termine “queer” che indica perlopiù chi rifiuta con forza le tradizionali identità di genere, le categorie dell’orientamento sessuale come gay, lesbica, bisessuale ed eterosessuale.

Chi si associa a questo parola si percepisce come oppresso dall’eteronormatività prevalente nella cultura e nella società o dalle persone eterosessuali le cui preferenze sessuali le rendono una minoranza.

Questo concetto, non sempre è ben accettato all’interno di una nazione forte di una propria identità di un certo tipo

«Ho passato un periodo in Germania – racconta il segretario – a Heidelberg dove molti movimenti si riunivano in un centro che si definiva “antifascista” termine ancora più inclusivo. All’interno di questo posto si coagulavano tutte le lotte: la lotta al sessismo, la lotta anti omofoba, anti razzista e quindi automaticamente la lotta contro tutte quelle discriminazioni che partono dal modello dominante».

«È inevitabili che Paesi come la Germania, in cui la sua stessa storia va a segnare determinate categorie come estremamente discriminate rispetto ad altre, si coaguli in una lotta antifascista dal momento in cui le persone che appoggiano il partito di estrema destra, sono anche profondamente xenofobe, omofobe, sessiste con una visione prettamente patriarcale sul ruolo della donna e di tutte le persone che non corrispondono al maschile».

«E anche il ruolo della donna e la visione come “angelo del focolare” è uno dei punti che rientrano del raggio d’azione del termine “Queer”. È avvenuto un processo di accettazione che ha spinto la donna a non vedersi solo come moglie e madre ma come “essere umano” dotato di diritti e doveri».

«Un percorso simile si può associare anche al coming out, come Liotta afferma: «Il percorso di consapevolezza e autocoscienza che sta alla base della fase LGBT dovrebbe includere la consapevolezza che il ruolo in cui la società ha calato addosso a queste determinate categorie, stesso ruolo che queste categorie si sono dovute cucite addosso come forma di sopravvivenza non è giusto perché è limitante. Dal momento che si prende coscienza di questo, ci si rende conto di quanto queste limitazioni siano ridicole e sia necessario liberarsene».

Il cinema come riflesso della realtà

Se il cinema ha il ruolo di riflettere la realtà, o quantomeno di avvicinarsi ad essa, è naturale come le etichette fiocchino nel panorama cinematografico. Ed è proprio questo il tema del saggio di Emanuele Liotta, al momento ancora in produzione.

«Il saggio riguarda la rappresentazione della persona non eterosessuale all’interno del cinema italiano, dagli anni 60 in poi, considerato che quello è il fulcro massimo delle rappresentazioni. Considerato che da quel momento in poi non sono più solo comparse a voce, o “macchiette”, ma hanno un ruolo da protagonisti, molto più calato nel reale e meno comico o melodrammatico».

«La riflessione era riuscire a trovare delle forme di denominatori comuni che caratterizzassero determinate personaggi calati in un determinato periodo storico con corrispettivi film e periodo storico relativo, in modo tale da identificare delle rappresentazioni che si collegano più alla sfera del melodrammatico, del tragico, del vissuto travagliato che sia legato all’omosessualità oppure no».

«O – continua – il comico pretesto per affrontare determinate fasi del vissuto omosessuale come il coming out, il rapporto con la famiglia che non sia connotata dal noir del tragico fino ad approdare ai giorni nostri quando il comune denominatore del vivere l’esperienza umana come se non fosse totalmente differente».

«Fondamentale – prosegue Liotta – il grosso nel saggio sarà il doppio legame tra rappresentazione e modello dell’immaginario collettivo come anche nel riconoscersi in una persona omosessuale e viceversa ovvero gli archetipi che entrano all’interno della visione globale, come si basino su un vissuto reale, esperienze umane».

E gli esempi cinematografici sono di impatto immediato: «In determinati film dagli anni 70 ad adesso, dal successo di Luca Guadagnino “Chiamami con il tuo nome” si lavora molto di più sul vissuto del personaggio. E vi è una differenza tra libro e pellicola cinematografica. Nel libro i personaggi sono chiusi in una specie di gabbia dorata dove possono vivere questa passione, questo amore, sessualmente e liberamente perché il libro è ambiente in Liguria e non in Lombardia, in una villa isolata e fondamentalmente una forma di “safe space”».

«Nel film questa cosa un po’ si perde poiché Guadagnino cala tutto storicamente anche inserendo la data all’inizio del film e determinati riferimenti storici, chi guarda il film e chi è consapevole della situazione degli omosessuali nel 1983 storce un po’ il naso».

“Call me by your name”, “Una giornata particolare”, “Transamerica “, “I segreti di Brokeback Mountain” sono alcuni dei film che più fanno riflettere sulla funzione del personaggio e della sua storia ai fini di un prodotto cinematografico.

«in “Call me by your name” due persone con età diverse, che vengono da due paesi diversi vivono la stessa esperienza. Il successo del film è questo, chiunque ascoltando un discorso che si riferisce al sentimento umano come possa consumarsi e vivere si indentificherà indipendentemente al di là della situazione del personaggio».

«In “I segreti di Brokeback Mountain” entrambi i personaggi vivono in un ambiente bigotto e conservatore poi effettivamente sono costretti a rinunciare al loro amore, alla passione per convolare a nozze in un matrimonio eterosessuale e vivono una situazione contrastante perché nessuno vuole dichiarare al mondo il proprio orientamento sessuale. Chiunque può riconoscersi».

Dunque si arriva all’affermazione che il cinema ha sicuramente un peso sulla vita quotidiana, sul mondo che ci circonda e sulla nostra visione di esso.

«Il cinema ha il fondamentale compito di dare voce ad una determinata esistenza, di cui si percepisce la presenza ma di cui nessuno parla. Dunque, automaticamente di creare nell’immaginario collettivo del pubblico un determinato giudizio. Come quando un personaggio gay viene rappresentato “positivamente”, cioè in modo tale che qualsiasi cosa faccia non sia mai riferita alla sua omosessualità, ma che questa risulti “accessoria”», conclude Emanuele Liotta.

EG.

 

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Redazione

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